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Capitolo 01

Prima della moneta: il debito

Mesopotamia, il mito del baratto e le origini del credito

Un conto inciso nel fango

Nelle città di mattoni crudi della Mesopotamia meridionale, più di quattromila anni fa, un funzionario del tempio prendeva fra le dita un pezzo di argilla umida, lo appiattiva sul palmo e con l’estremità tagliata di una canna vi imprimeva una sequenza di segni cuneiformi. Non stava scrivendo una poesia né una preghiera. Stava annotando un debito: tanto orzo consegnato al tale, da restituire dopo il raccolto, con un sovrappiù pattuito. Poi lasciava seccare la tavoletta al sole, o la cuoceva se l’impegno era importante, e la riponeva in un archivio insieme a centinaia di altre. Quando il debitore avesse pagato, la tavoletta sarebbe stata distrutta, o annullata con un segno; finché restava intatta, era la prova di un’obbligazione, qualcosa che pendeva fra due persone come una corda tesa.

Vale la pena fermarsi su questa scena, perché contiene, in nuce, una tesi che capovolge il modo consueto di raccontare l’origine del denaro. I documenti economici più antichi che l’umanità ci ha lasciato non sono ricevute di vendita, scontrini di scambi conclusi sul posto. Sono registri di credito: promesse di consegna futura, prestiti, anticipi, arretrati. La scrittura stessa, secondo una ricostruzione ormai largamente condivisa, nacque per tenere questi conti — l’amministrazione dei templi e dei palazzi aveva bisogno di ricordare chi doveva cosa a chi, e la memoria di un uomo non bastava più [Goetzmann 2016]. Prima dei poemi, prima delle leggi, l’uomo mise per iscritto i suoi debiti. Se è così, allora il denaro — inteso come il modo in cui teniamo il conto di ciò che vale e di ciò che è dovuto — è molto più antico di qualunque moneta, e ha poco a che vedere con i dischi di metallo che siamo abituati a immaginare quando pensiamo alle sue origini.

Questo capitolo racconta quel mondo: l’economia del debito che precedette di millenni l’invenzione della moneta coniata. È una storia che richiede di smontare prima una favola tenace, quella del baratto, e di sostituirla con qualcosa di meno intuitivo ma assai meglio documentato. Ed è anche, fin da queste prime pagine, l’occasione per porre la domanda che attraverserà tutto il libro come una vena sotterranea: che cos’è, in fondo, il denaro? Una merce particolarmente comoda, o la registrazione di una promessa? La risposta che si dà a questa domanda non è un dettaglio per specialisti: orienta il modo in cui si guarda a tutto ciò che verrà dopo, fino alle banche centrali e alle valute digitali dei nostri giorni.

La favola del baratto

Quasi ogni manuale di economia, da più di due secoli a questa parte, comincia la storia del denaro nello stesso modo. C’era una volta, si dice, un mondo senza moneta, in cui gli uomini si procuravano ciò che non producevano scambiandolo direttamente: il calzolaio dava scarpe al fornaio in cambio di pane, il fornaio dava pane al contadino in cambio di grano, e così via. Questo sistema, prosegue il racconto, era terribilmente inefficiente, perché esigeva quella che gli economisti chiamano la doppia coincidenza dei bisogni: perché lo scambio avvenisse, occorreva che io avessi esattamente ciò che tu volevi e tu avessi esattamente ciò che volevo io, nello stesso momento. Trovare un simile incastro era raro e faticoso. E allora, per uscire da questa impasse, gli uomini avrebbero per gradi convenuto di usare una merce intermedia — bestiame, sale, conchiglie, infine il metallo prezioso — che tutti accettavano volentieri perché tutti sapevano di poterla riscambiare. Quella merce intermedia sarebbe diventata la moneta, e il denaro sarebbe nato così, come lubrificante spontaneo degli scambi.

È la storia che Adam Smith pose, nel 1776, all’inizio della Ricchezza delle nazioni, e che da lui è passata, pressoché immutata, in generazioni di trattati. Ha tutti i pregi di una buona spiegazione: è semplice, logica, fa apparire la moneta come una soluzione razionale a un problema concreto, e non chiama in causa lo Stato né alcuna autorità, perché il denaro vi sorge dal basso, dall’iniziativa di mercanti che cercano la propria convenienza. Per chi vuole vedere nel mercato un ordine naturale, anteriore alle istituzioni politiche, questa favola delle origini è quasi perfetta. Non sorprende che abbia avuto tanta fortuna.

C’è un solo problema, e non è da poco: nessuno è mai riuscito a trovare quel mondo. Quando gli antropologi, fra Otto e Novecento, andarono a studiare le società prive di moneta — le comunità di villaggio, le economie tribali, i mondi che la moneta non aveva ancora raggiunto — non vi osservarono nulla che somigliasse al baratto del manuale, al permanente affannarsi di individui che si scambiano oggetti a saldo immediato cercando la doppia coincidenza dei bisogni [Graeber 2011]. Il baratto, dove pure esisteva, era un fenomeno marginale e occasionale, riservato per lo più agli scambi con estranei o nemici, con persone cioè con cui non si aveva un rapporto duraturo. All’interno della comunità, fra persone che si conoscevano e che avrebbero continuato a frequentarsi, funzionava un meccanismo completamente diverso. E quel meccanismo era il debito.

Vale la pena chiedersi perché una ricostruzione così poco fondata sui fatti abbia goduto di una fortuna tanto duratura, sopravvivendo intatta a generazioni di scoperte che la contraddicevano. La ragione, in parte, è la sua eleganza logica: la favola del baratto non è un resoconto storico ma una deduzione, un ragionamento su come dovettero andare le cose se si parte dal presupposto che gli uomini siano, prima di tutto, individui che barattano e scambiano per il proprio vantaggio. Da quel presupposto la moneta segue quasi necessariamente, come soluzione razionale a un problema di efficienza, e la deduzione è così pulita da rendere quasi superfluo verificarla. Nell’Ottocento l’economista austriaco Carl Menger ne diede una formulazione raffinata, mostrando come, in linea puramente teorica, una merce-moneta possa emergere spontaneamente dagli scambi senza che nessuno la decreti, semplicemente perché ciascuno preferisce accettare in pagamento il bene più facilmente riscambiabile, e questa preferenza, generalizzandosi, finisce per concentrarsi su un’unica merce. È un argomento ingegnoso, e in quanto modello teorico conserva un suo valore. Ma la sua persistenza ha radici che vanno oltre la pura logica: la favola delle origini di mercato del denaro è gradita a chi desidera pensare il mercato come un ordine naturale, spontaneo, anteriore e indipendente rispetto allo Stato e al potere politico. Se il denaro nasce da sé, dall’incontro di individui che cercano la propria convenienza, allora la sfera economica ha una sua autonomia originaria, e l’intervento dell’autorità vi appare come un’intrusione tardiva in un ordine che funzionerebbe benissimo da solo. La storia che i documenti raccontano è diversa, e più scomoda per questa visione: il denaro vi appare fin dall’inizio intrecciato al tempio, al palazzo, alla legge, all’autorità che tiene i conti e fa rispettare i debiti.

Conviene, ad ogni modo, maneggiare questa correzione con una certa misura, per non sostituire un dogma con un altro. Dire che il baratto non fu mai un sistema economico generalizzato non equivale a dire che Adam Smith fosse uno sciocco: egli ragionava con gli strumenti del suo tempo, e la sua ricostruzione era una congettura plausibile, non il frutto di un’osservazione sul campo che ai suoi giorni nessuno aveva ancora compiuto. La favola del baratto è sbagliata come storia, ma resta utile come esperimento mentale, perché mette a fuoco un problema reale — l’inefficienza dello scambio diretto — al quale, però, le società umane risposero per una via diversa da quella che Smith immaginò. Non inventando una merce-moneta, ma istituendo, e poi raffinando per millenni, la pratica di tenere il conto dei reciproci obblighi.

Il villaggio che ricorda

Per capire come funzioni davvero un’economia senza moneta, conviene abbandonare per un momento la figura dei due mercanti che si fronteggiano con la merce in mano, e immaginare invece la vita di un villaggio in cui tutti si conoscono. Se il mio vicino uccide un maiale, ne avrà più carne di quanta possa consumarne prima che si guasti, e me ne darà una parte. Non mi chiederà nulla in cambio sul momento: sarebbe quasi un’offesa, fra vicini, mercanteggiare un taglio di carne. Ma né io né lui dimenticheremo che quella carne è stata data, e quando sarà la mia gallina a deporre più uova del necessario, o quando avrò bisogno di una mano per riparare il tetto, il conto, mai scritto e sempre presente, tornerà in equilibrio. Ciò che circola, in un villaggio simile, non è merce contro merce: è una rete fittissima di obblighi reciproci, di favori dati e attesi, di debiti morali che legano le persone le une alle altre e che si saldano nel tempo lungo, senza fretta e senza contabilità esplicita.

Gli antropologi che hanno studiato le società senza moneta hanno dato un nome a questo modo di organizzare gli scambi: lo hanno chiamato economia del dono. Il termine è in qualche modo fuorviante, se evoca la gratuità disinteressata, perché il dono di cui qui si parla non è affatto gratuito: è anzi rigorosamente obbligante. Chi riceve un dono contrae, con ciò stesso, l’obbligo di ricambiare, prima o poi, in misura pari o maggiore; e il rifiuto di ricambiare, o l’impossibilità di farlo, è una forma di sottomissione, una caduta di rango. In molte di queste società il prestigio si misurava non con ciò che si accumulava, ma con ciò che si era capaci di dare, perché donare significava porre altri in debito, e il debito altrui era una forma di potere. Dietro l’apparente bonomia del dono, insomma, lavorava la stessa logica del credito: un dare che istituisce un dovere di restituzione, una catena di obbligazioni che lega le persone in una rete di dipendenze reciproche. Non è un caso che, in moltissime lingue, le parole che dicono la colpa e quelle che dicono il debito si confondano e si sovrappongano: chi ha mancato è “in debito”, deve “pagare” per ciò che ha fatto, e nelle religioni più antiche il rapporto stesso fra l’uomo e la divinità venne spesso pensato come un’obbligazione, un debito impagabile contratto con chi ci ha dato la vita. L’idea del debito affonda così le sue radici molto al di sotto dell’economia, in qualcosa che riguarda il senso stesso dell’obbligo e del legame morale.

Questo è il punto che la favola del baratto non vede. In una comunità ristretta, il debito non è un incidente o un’eccezione: è il tessuto stesso dell’economia, ed è anche il tessuto dei rapporti sociali, perché dare e ricevere, prestare e restituire, sono i gesti con cui gli uomini si tengono legati. Il denaro, in un mondo simile, non serve a comprare: serve, semmai, a misurare. Quando il villaggio cresce, quando gli scambi si fanno più numerosi e i debitori più numerosi ancora, tenere tutto a memoria diventa impossibile, e nasce il bisogno di un’unità in cui esprimere il valore di obblighi eterogenei — quanto vale un maiale in termini di giornate di lavoro, una giornata di lavoro in termini di orzo, l’orzo in termini di argento. Non c’è bisogno che questa unità circoli fisicamente, che passi di mano. Basta che esista come metro, come termine di paragone in cui i conti possano essere scritti e confrontati. Ed è esattamente questa, come vedremo, la prima forma del denaro mesopotamico: un’unità di conto, non un mezzo di scambio.

Qui affiora una parentela che non è un semplice gioco di parole, e che lega questo libro al suo gemello dedicato alla misura. Il denaro, prima ancora di essere una cosa, è un’unità di misura: il modo in cui una comunità rende commensurabili beni e servizi diversissimi fra loro, riconducendoli a un’unica scala lungo la quale possano essere confrontati e sommati. Misurare una stoffa col braccio e misurare il valore di quella stoffa in orzo o in argento sono operazioni sorprendentemente simili: in entrambi i casi si tratta di proiettare la varietà del mondo su un metro condiviso, così che persone diverse possano mettersi d’accordo. La differenza è che la misura della lunghezza riguarda una proprietà fisica degli oggetti, mentre la misura del valore riguarda qualcosa di più sfuggente — il desiderio, l’utilità, l’obbligo — che non sta negli oggetti ma nei rapporti fra le persone. È una differenza che peserà su tutta la storia che seguirà.

Orzo e argento

Quando passiamo dalle società di villaggio, che possiamo solo ricostruire per analogia, alle prime civiltà urbane della Mesopotamia, usciamo finalmente dal terreno della congettura ed entriamo in quello della documentazione, perché qui abbiamo gli archivi. Le città sumeriche e poi babilonesi del terzo e secondo millennio prima della nostra era ci hanno lasciato decine di migliaia di tavolette d’argilla, e una parte cospicua di esse riguarda l’amministrazione economica: razioni, salari, affitti, prestiti, debiti. Da questa massa di documenti emerge un quadro che conferma in pieno il primato del credito sulla moneta coniata — la quale, è bene ricordarlo, non esisteva ancora e non sarebbe comparsa per più di un altro millennio.

L’economia mesopotamica conosceva due grandi unità di conto, e il loro rapporto racconta molto. Da un lato l’orzo, il cereale base, misurato in volume: era in orzo che si pagavano le razioni dei lavoratori, gli affitti dei campi, gran parte delle transazioni quotidiane della gente comune. Dall’altro l’argento, pesato secondo un sistema ponderale che faceva capo allo siclo, una piccola unità di peso. L’argento era la misura del valore per le transazioni di maggior conto e per la contabilità dei templi e dei palazzi, le grandi istituzioni che dominavano l’economia. I due metri erano connessi da rapporti convenzionali, fissati spesso per decreto, così che si poteva passare dall’uno all’altro: tanti litri d’orzo per un siclo d’argento. Ma — ed è il punto cruciale — né l’orzo né l’argento erano moneta nel senso che diamo oggi alla parola. L’argento non era coniato, non portava il sigillo di alcuna autorità che ne garantisse il peso e il titolo; circolava, quando circolava, come metallo grezzo, in lingotti, anelli, frammenti, da pesare a ogni transazione sulla bilancia. E soprattutto, nella stragrande maggioranza dei casi, non circolava affatto: serviva come unità in cui scrivere i conti, non come oggetto da scambiare. Si poteva contrarre un debito di dieci sicli d’argento e saldarlo in orzo, in lana, in olio, in giornate di lavoro, senza che un solo grammo di metallo cambiasse mai di mano.

È difficile sopravvalutare l’importanza di questa distinzione. Significa che, già nella più antica civiltà di cui abbiamo i conti, il denaro esisteva come pura informazione — un numero, una misura, una registrazione — molto prima di esistere come cosa. La banconota immateriale e il saldo elettronico dei nostri giorni, che a noi paiono il culmine vertiginoso di un processo di astrazione, in un certo senso non fanno che tornare al punto di partenza: il denaro come scrittura contabile, come segno in un registro. La moneta di metallo, quel disco solido che la tradizione pone all’origine di tutto, fu in realtà una parentesi tarda, durata sì alcuni millenni, ma incastonata fra un’epoca anteriore di denaro-scrittura e l’epoca attuale che a quel denaro-scrittura è ritornata.

Per comprendere come questo sistema potesse reggersi senza moneta, bisogna tener presente chi ne governava i conti. L’economia delle città mesopotamiche non era un libero mercato di individui, ma gravitava attorno a due grandi istituzioni: il tempio e il palazzo. Erano questi enormi complessi — proprietari di terre, di greggi, di magazzini, di laboratori artigiani — a raccogliere i prodotti della campagna, a immagazzinarli, a redistribuirli sotto forma di razioni a chi lavorava per loro, e a tenere meticolosamente il conto di tutto in quelle unità d’argento e d’orzo di cui si è detto. Una parte cospicua di ciò che oggi chiameremmo attività economica non passava affatto per lo scambio fra privati, ma per questa amministrazione centralizzata, contabile e burocratica, che prelevava, accumulava e distribuiva. L’argento come misura del valore nacque in buona parte come strumento di questa contabilità istituzionale, un’unità in cui esprimere e confrontare grandezze altrimenti incommensurabili — il lavoro di un manovale, una giornata d’affitto di un campo, una giara d’olio — prima ancora che come mezzo per comprare e vendere sul mercato. Si è parlato, per questi mondi, di economie “redistributive” o “di magazzino”, per distinguerle dalle economie di mercato che ci sono familiari, e l’etichetta coglie qualcosa di vero, purché non la si irrigidisca: anche accanto al tempio e al palazzo esistevano mercanti, prestiti privati, contratti fra individui, e quella sfera privata crebbe nel tempo. Ma il baricentro, almeno nelle epoche più antiche, stava nelle grandi istituzioni e nei loro registri, non nella piazza del mercato [Davies 2002].

Vale la pena guardare da vicino come si presentava, in concreto, uno di questi contratti di debito, perché la sua forma rivela la natura profonda dell’operazione. Una tavoletta di prestito tipica registrava il nome del creditore e quello del debitore, la quantità prestata espressa nell’unità convenuta, l’interesse pattuito, il termine della restituzione — spesso legato a un evento del calendario agricolo, come la mietitura — e i nomi dei testimoni presenti all’atto. Il documento poteva essere sigillato, talora racchiuso in un involucro d’argilla a sua volta inscritto, una sorta di busta che proteggeva l’originale e ne ripeteva il contenuto, così che non si potesse alterarlo di nascosto. Quando il debito veniva saldato, la tavoletta perdeva ogni valore e veniva distrutta o cancellata: la sua stessa esistenza materiale coincideva con l’esistenza dell’obbligazione. Finché c’era la tavoletta, c’era il debito; spezzata la tavoletta, il debito cessava di esistere. Si tocca qui con mano una verità che attraverserà tutto il libro: il denaro, nelle sue forme più antiche come in quelle più moderne, è anzitutto un registro, una scrittura che certifica chi deve cosa a chi, e la sua forza non sta nella materia su cui è scritto ma nel riconoscimento collettivo di ciò che quella scrittura attesta. Una tavoletta d’argilla, un libro mastro di banca, un database distribuito non sono, sotto questo aspetto, che tre tecnologie diverse per fare la stessa cosa: tenere il conto delle promesse.

In questo mondo l’interesse era già di casa, e questo è un altro fatto che spiazza l’intuizione comune. Si tende a pensare l’interesse come un raffinamento tardo della finanza, qualcosa che richiede mercati sviluppati e una teoria del capitale; e invece i prestiti a interesse sono attestati in Mesopotamia fin dai documenti più antichi, ben prima della moneta [Homer & Sylla 2005]. I tassi erano spesso alti per i nostri parametri, e tendevano a differire secondo la materia del prestito: per convenzione e per legge, i prestiti d’orzo portavano un interesse più gravoso di quelli d’argento, una differenza che riflette probabilmente la maggiore deperibilità e il maggior rischio del cereale rispetto al metallo. Da dove venisse l’idea stessa dell’interesse è questione dibattuta, e una delle ipotesi più suggestive la lega proprio al mondo agricolo e pastorale: il termine sumerico per indicare l’interesse era lo stesso che indicava i piccoli del bestiame, come se il prestito di un capitale dovesse naturalmente “figliare” un sovrappiù, allo stesso modo in cui un gregge dato in custodia si accresce di nuovi nati [Goetzmann 2016]. Sia o no esatta questa etimologia, l’immagine coglie qualcosa di profondo: l’interesse come frutto del tempo, come il riconoscimento che una ricchezza prestata, lavorando nel tempo, deve rendere più di quanto era. Su questa intuizione, e sulle resistenze morali che essa avrebbe incontrato nei secoli, torneremo a lungo nel libro.

Quando il debito diventa catena

C’è un rovescio oscuro in questa economia del credito, e le civiltà mesopotamiche lo conobbero bene. Il debito lega, e proprio per questo può schiacciare. Finché i conti si saldano nel tempo lungo di una comunità solidale, il debito è il filo che tiene insieme le persone; ma quando il debito si fa esigibile, quando porta interesse, quando può essere preteso da un creditore che non è più un vicino ma un’istituzione o un possidente, allora la corda tesa fra due persone può diventare un cappio. Un cattivo raccolto, una malattia, una piena fuori stagione bastavano a far sì che un piccolo coltivatore non riuscisse a restituire il prestito ricevuto per la semina. L’interesse, accumulandosi, gonfiava il debito oltre ogni possibilità di pagamento. E le conseguenze, in quel mondo, erano spaventose: il debitore insolvente poteva perdere il campo, poi gli strumenti, poi la libertà dei propri figli, infine la propria, finendo egli stesso in servitù per debiti, ridotto a lavorare per il creditore fino all’estinzione di ciò che doveva — un’estinzione che, con l’interesse a correre, poteva non arrivare mai.

Una società che lasci correre indefinitamente questo meccanismo va incontro alla rovina, e non solo morale. Quando una quota crescente dei coltivatori liberi scivola nella servitù per debiti, il corpo dei contribuenti e dei soldati si assottiglia, le campagne si spopolano di uomini liberi, la ricchezza si concentra nelle mani di pochi creditori, e il sovrano si ritrova con meno braccia da arruolare e meno tasse da riscuotere. Il debito, lasciato a sé, divora la base stessa su cui poggia il potere. I re mesopotamici lo capirono, e adottarono un rimedio tanto radicale quanto rivelatore: la cancellazione periodica dei debiti. A intervalli — spesso all’inizio del regno, o in occasione di grandi feste, o quando la pressione sociale si faceva intollerabile — il sovrano proclamava quella che le fonti chiamano una “rimessione”, un atto con cui i debiti di un certo tipo venivano annullati, gli schiavi per debiti liberati, le terre alienate restituite ai loro antichi proprietari. Le tavolette che registravano quei debiti venivano spezzate. Era un azzeramento dei conti, un ritorno a uno stato di partenza, una restaurazione dell’ordine.

Vale la pena soffermarsi su che cosa significhi un gesto simile, perché illumina la natura del denaro più di qualunque definizione astratta. Se il debito fosse una cosa materiale, un oggetto realmente esistente, non lo si potrebbe cancellare per decreto: nessuna proclamazione regale può far sparire un sacco d’orzo già consumato. Ma il debito non è il sacco d’orzo: è un rapporto, un’obbligazione che esiste solo perché una comunità riconosce che esiste, perché è scritta su una tavoletta che la stessa comunità può decidere di spezzare. Cancellare i debiti per decreto è possibile proprio perché il debito — e con esso, in fondo, il denaro stesso — appartiene all’ordine delle convenzioni sociali, non a quello delle cose fisiche. È un’istituzione, qualcosa che gli uomini creano con un accordo e che possono, con un altro accordo, disfare. Questa intuizione, che i sovrani babilonesi mettevano in pratica spezzando tavolette d’argilla, è la stessa che, quattromila anni dopo, permette a una banca centrale di creare moneta con un’iscrizione contabile o a uno Stato di ristrutturare il proprio debito con un negoziato. Il denaro è una cosa che facciamo, non una cosa che troviamo.

La legge del debito

Che il credito fosse, in Mesopotamia, una faccenda troppo seria per lasciarla all’arbitrio dei privati, lo testimonia il fatto che molto presto entrò nel diritto. Il più celebre dei codici legali dell’antico Vicino Oriente, quello promulgato da Hammurabi di Babilonia nel diciottesimo secolo prima della nostra era, dedica una porzione notevole delle sue disposizioni proprio alle questioni di debito, di prestito e di pegno — segno di quanto centrali fossero queste pratiche nella vita quotidiana, e di quanto pericoloso fosse il loro potenziale di conflitto. Il codice fissava tassi d’interesse massimi consentiti, distinti per i prestiti in orzo e per quelli in argento, ponendo un limite legale all’avidità del creditore; regolava il pegno e la garanzia; e — disposizione di grande umanità, e insieme di lucido calcolo politico — limitava nel tempo la servitù per debiti, stabilendo che il familiare ceduto a un creditore per saldare un’obbligazione dovesse essere liberato dopo un certo numero di anni di lavoro, e non potesse essere trattenuto a vita [Homer & Sylla 2005]. Il debito poteva ridurre un uomo in schiavitù, ma non per sempre: la legge poneva un argine, riconoscendo implicitamente che una società la quale lasci i propri membri sprofondare senza ritorno nel debito finisce per distruggere se stessa.

Lo stesso impianto legislativo si curava di proteggere l’integrità delle misure su cui ogni transazione si fondava, e qui il nostro tema incontra di nuovo quello del libro gemello sulla misura. Falsificare un peso, alterare la capacità di una giara, imbrogliare sulla quantità d’orzo o d’argento erano frodi severamente punite, perché colpivano il fondamento stesso della fiducia negli scambi: se il siclo del mercante disonesto pesa meno del siclo onesto, l’intero sistema dei conti vacilla. Misurare il valore e misurare il peso erano, in concreto, la stessa operazione — l’argento si pesava sulla bilancia — e proteggere la prima misura significava proteggere la seconda. Il sovrano che garantiva i pesi e le misure garantiva con ciò stesso il denaro, e questa coincidenza fra l’autorità che certifica la misura e l’autorità che fonda la moneta attraverserà tutta la storia che racconteremo, fino al sigillo del re sulle prime monete coniate e oltre.

Conviene, anche qui, una cautela. I codici come quello di Hammurabi non vanno letti ingenuamente come fotografie della prassi quotidiana: erano in parte proclami regali, dichiarazioni dell’ideale di giustizia di un sovrano, e non sappiamo con esattezza quanto e come fossero applicati nei tribunali reali. Le date stesse di questi sovrani e dei loro codici sono note con un margine d’incertezza che si misura in decenni, e ogni cifra precisa va presa con la prudenza che l’archeologia impone quando interroga un passato così remoto. Ma anche con tutte queste riserve, il quadro che ne emerge è inequivocabile e prezioso per noi: in una civiltà priva di moneta, il debito era già un’istituzione pienamente sviluppata, regolata dalla legge, governata da tassi, temperata da limiti — una macchina sociale complessa e matura, secoli prima che a qualcuno venisse in mente di coniare il primo disco di metallo.

Merce o promessa: una domanda che non si chiude

Arriviamo così alla questione di fondo, quella che da questo capitolo si irradierà su tutto il libro. Che cos’è il denaro? Sono due le grandi risposte che si fronteggiano da secoli, e la storia che abbiamo appena raccontato pesa, anche se non risolve, a favore di una delle due.

La prima risposta è quella che la favola del baratto presuppone, e che va sotto il nome di teoria metallista, o merceologica, del denaro. Secondo questa concezione il denaro è, in origine e in essenza, una merce: una merce particolare, scelta dal mercato per le sue qualità — durevolezza, divisibilità, rarità, trasportabilità — ma pur sempre una cosa dotata di valore proprio, intrinseco. L’oro vale perché è oro; la moneta vale in quanto contiene, o rappresenta, una certa quantità di metallo prezioso. In questa prospettiva il denaro nasce dallo scambio e per lo scambio, indipendentemente dallo Stato, e il suo valore affonda le radici nella materia di cui è fatto. È la teoria che dà ragione a chi, ancora oggi, vede nell’oro il solo denaro “vero” e nella carta una sua pallida e pericolosa imitazione.

La seconda risposta rovescia la prima, e va sotto il nome di teoria cartalista, o creditizia, del denaro. Secondo questa concezione il denaro è, in origine e in essenza, un credito: la registrazione di un’obbligazione, la misura di una promessa di pagamento. Il suo valore non sta nella materia — la tavoletta d’argilla non vale nulla, come non vale nulla la banconota — ma nel rapporto che essa documenta e nell’autorità che lo garantisce. In questa prospettiva il denaro è figlio del debito e, in ultima analisi, del potere che certifica e fa rispettare i debiti: lo Stato, il tempio, il sovrano. Il metallo prezioso, quando entra in scena, non è l’origine del denaro ma uno strumento al suo servizio, un modo conveniente di rendere portatile e anonima un’obbligazione. La moneta d’oro vale non perché è oro, ma perché è denaro, e l’oro è soltanto il supporto, di volta in volta, su cui il denaro si è scritto.

La documentazione mesopotamica, con il suo denaro-scrittura anteriore di millenni alla moneta, con i suoi debiti cancellabili per decreto, con il suo argento che misura senza circolare, dà un sostegno robusto alla seconda concezione, quella creditizia. Ed è la prospettiva che questo libro, lo dichiaro apertamente, troverà più feconda nel raccontare la lunga storia che seguirà: perché spiega meglio la carta-moneta, il credito bancario, il denaro fiat, e tutto ciò che alla materia del denaro non deve quasi nulla. Sarebbe però un errore — l’errore opposto e simmetrico a quello del baratto — trasformare anche questa in una favola delle origini chiusa e definitiva. La tesi che il debito preceda ovunque e sempre la moneta è una tesi forte, sostenuta con vigore da chi l’ha riportata al centro del dibattito negli ultimi decenni [Graeber 2011], ma è anche contestata: vi sono storici ed economisti che la giudicano troppo netta, che ricordano come merce-moneta e moneta-credito siano probabilmente coesistite fin dall’inizio, intrecciandosi piuttosto che succedersi, e che diffidano di ogni ricostruzione delle origini costruita per piegare il presente a una tesi. La verità, per quel poco che le origini remote ci lasciano vedere, è quasi certamente più sfumata di entrambe le favole.

Vi è un modo di pensare il denaro che, senza pretendere di chiudere la disputa, aiuta a non perdersi, e che vale la pena di portarsi appresso fin da queste prime pagine. Il denaro, in ogni epoca, non è una sostanza omogenea ma una gerarchia di promesse di diverso grado. Anche oggi, nelle nostre tasche e nei nostri conti, convivono forme di denaro che non stanno tutte sullo stesso piano: la banconota emessa dalla banca centrale e il saldo sul conto corrente presso una banca privata si spendono allo stesso modo e contano per noi come la stessa cosa, eppure sono obbligazioni di soggetti diversi, con un diverso grado di solidità — l’una promessa dello Stato, l’altra promessa di un istituto che potrebbe, in teoria, fallire. In condizioni normali la differenza è invisibile, e l’intera piramide regge perché ciascun livello è convertibile in quello superiore; ma nei momenti di crisi, quando la fiducia vacilla, la gerarchia riemerge brutalmente, e tutti corrono a convertire le promesse più deboli in quelle più forti, il deposito in contante, il contante in oro. Questa struttura a gradi del denaro — promesse appoggiate ad altre promesse, in una piramide la cui base poggia su qualcosa che si è convenuto di considerare definitivo — è già tutta presente, in forma embrionale, nel mondo mesopotamico, dove l’orzo del villaggio e l’argento del tempio formavano livelli distinti e convertibili di una medesima scala. La ritroveremo, ingigantita e resa visibile, quando racconteremo la nascita delle banche e del denaro di carta, e poi di nuovo nelle crisi che hanno scosso il nostro tempo.

Quel che conta, per la storia che comincia, non è chiudere la disputa ma tenerla aperta nel modo giusto. Il lettore farà bene a portarsi appresso, capitolo dopo capitolo, questa doppia chiave di lettura — il denaro come merce e il denaro come credito — e a osservare come, di volta in volta, l’una o l’altra sembri spiegare meglio ciò che accade: l’oro degli imperi e il signoraggio dei re, le lettere di cambio dei mercanti e i prestiti forzosi delle città, le banconote convertibili e poi il loro distacco dal metallo, fino al denaro puramente fiduciario di oggi e alle monete che pretendono di farne a meno. Vedrà che nessuna delle due chiavi, da sola, apre tutte le porte; e che proprio in questa tensione irrisolta — fra la cosa e la promessa, fra il metallo e la fiducia — sta gran parte di ciò che rende la storia del denaro così appassionante e così attuale. Per ora ci basti il punto di partenza, solido come una tavoletta cotta al sole: prima della moneta, prima dell’oro coniato, prima del mercato come lo immaginiamo, ci fu il debito. E il denaro nacque per misurarlo.