Capitolo 07
La nascita delle banche centrali
La Banca d’Inghilterra e il prestatore di ultima istanza
Una banca nata da una guerra
Nel 1694 l’Inghilterra era in guerra con la Francia, e come ogni Stato in guerra aveva un disperato bisogno di denaro. La corona inglese, reduce dai rivolgimenti politici del secolo e con un credito non eccelso, faticava a trovare chi le prestasse le somme necessarie a finanziare la flotta e l’esercito. Fu allora che un gruppo di facoltosi mercanti e finanzieri di Londra avanzò una proposta destinata a cambiare la storia del denaro. Essi si offrivano di prestare al governo una grande somma, occorrente per la guerra; ma in cambio chiedevano qualcosa di più di un semplice interesse. Chiedevano di essere costituiti in una società — la Banca d’Inghilterra — alla quale fosse concesso, fra gli altri privilegi, il diritto di raccogliere depositi e, soprattutto, di emettere banconote, cioè biglietti di carta che promettevano il pagamento di una somma in metallo a chi li presentasse. Il prestito alla corona e il privilegio di emettere carta-moneta nascevano insieme, indissolubilmente legati: lo Stato otteneva il denaro per la guerra, i fondatori della banca ottenevano il diritto di creare un nuovo genere di moneta. Da questo patto, concluso per finanziare un conflitto, nacque quella che è generalmente considerata l’antenata di tutte le banche centrali moderne [Kynaston 2017].
Vale la pena soffermarsi sulla natura singolare di questo accordo, perché contiene già, in nuce, tutta l’ambiguità feconda della banca centrale. La Banca d’Inghilterra nasceva come istituzione privata, di proprietà dei suoi azionisti, mossa dal profitto come qualunque altra impresa; ma il suo capitale iniziale consisteva, di fatto, in un prestito allo Stato, e il suo privilegio di emettere banconote le veniva dallo Stato. Era, dunque, una creatura ibrida, a metà fra il privato e il pubblico: una banca privata che svolgeva una funzione pubblica, legata allo Stato da un vincolo di reciproco interesse — lo Stato aveva bisogno del suo credito, la banca aveva bisogno del privilegio statale. Questa natura ambigua non fu un difetto accidentale, ma la chiave stessa del suo successo e del suo potere, e si sarebbe ritrovata, in forme diverse, in tutte le banche centrali che da essa presero modello. Il governo della moneta, scopriremo in questo capitolo, è da sempre una faccenda che sta in bilico fra l’interesse privato e quello pubblico, fra il profitto e la stabilità, e proprio in questo equilibrio precario sta gran parte della sua storia.
Da quel legame originario fra la banca e il debito dello Stato nacque, per inciso, una delle istituzioni più importanti della finanza moderna: il debito pubblico nazionale gestito in modo stabile e affidabile. Abbiamo visto nel capitolo sul Medioevo come le città italiane avessero inventato il debito pubblico negoziabile; ora, con la Banca d’Inghilterra, quel debito trova un gestore permanente e una solidità nuova. La banca amministrava il debito della corona, ne collocava i titoli presso il pubblico, ne garantiva il regolare servizio; e poiché il debito inglese, sostenuto da un Parlamento che ne assicurava il pagamento attraverso le imposte, si rivelò molto più affidabile dei debiti dei sovrani assoluti del continente — sempre a rischio di ripudio, come avevamo visto per i Fugger — l’Inghilterra poté indebitarsi a tassi più bassi e in misura maggiore dei suoi rivali. Questa capacità di finanziarsi con un debito affidabile e a buon mercato fu uno dei grandi segreti della potenza britannica nei secoli successivi: permise all’Inghilterra di sostenere guerre lunghe e costose, di costruire una flotta e un impero, contando su un sistema finanziario che i suoi avversari non sapevano eguagliare. La banca centrale, il debito pubblico affidabile e la potenza dello Stato crebbero insieme, in un intreccio che è uno dei fondamenti del mondo moderno, e su cui torneremo nel capitolo dedicato al debito sovrano.
Questo capitolo racconta come, da quel patto del 1694, sia nata e si sia sviluppata l’istituzione che oggi governa il denaro in ogni paese del mondo: la banca centrale. Vedremo come una banca privata divenne il perno dell’intero sistema monetario; come fu costretta dalle crisi a scoprire la propria funzione più importante, quella di prestatore di ultima istanza; come il suo modello si diffuse nel mondo, fino al caso americano e alla nascita della Federal Reserve; e quale tensione di fondo — fra il servizio allo Stato e la stabilità della moneta, fra l’indipendenza e il controllo politico — attraversi tutta la sua storia, fino ai dibattiti dei nostri giorni. E incontreremo, al cuore di tutto, il meccanismo che già conosciamo dal capitolo sui banchieri, portato qui alla sua piena maturità: la creazione di moneta dal credito, il valore dal nulla che è il filo di tutto il libro.
La promessa stampata
Per capire che cosa fosse, in concreto, una banconota della Banca d’Inghilterra, bisogna ricordare la natura del denaro che abbiamo seguito fin qui. La banconota non era denaro nel senso del metallo prezioso: era una promessa di denaro, un biglietto con cui la banca si impegnava a pagare al portatore, su richiesta, una determinata somma in oro o argento. Sulle banconote inglesi campeggiò per secoli la formula «prometto di pagare al portatore su richiesta» — una formula che, curiosamente, sopravvive ancora oggi sulle banconote britanniche, fossile di un’epoca in cui il biglietto era davvero convertibile in metallo. La banconota, in origine, valeva perché era convertibile: chiunque la possedesse poteva, in teoria, presentarsi alla banca e ottenere in cambio l’oro promesso. Era, ancora una volta, il valore come promessa: un pezzo di carta che valeva non per sé, ma per l’impegno di chi l’aveva emesso a convertirlo in metallo.
Ma qui interviene il meccanismo che già conosciamo, e che la banca centrale porta alla sua espressione più pura. La banca scopre, come avevano scoperto i banchieri rinascimentali, che non tutti i portatori delle banconote vengono insieme a chiedere la conversione in oro. In condizioni normali, la gente preferisce usare le comode banconote di carta piuttosto che il pesante metallo, e solo una piccola parte dei biglietti torna alla banca per essere convertita. La banca può dunque emettere banconote per un valore complessivo molto superiore alla riserva d’oro che custodisce nei suoi forzieri, sicura che solo una frazione dei portatori si presenterà a riscuotere. È la riserva frazionaria, applicata stavolta non ai depositi ma all’emissione di carta-moneta: la banca crea moneta — le banconote — in quantità superiore al metallo che possiede, e questa moneta creata dal nulla, o meglio dalla fiducia, circola e svolge tutte le funzioni del denaro. È il cuore della potenza della banca, ed è anche, come vedremo, la radice della sua fragilità.
La Banca d’Inghilterra perfezionò questo meccanismo e, grazie al suo legame con lo Stato e alla sua solidità crescente, le sue banconote divennero a poco a poco le più affidabili e accettate del paese, fino a soppiantare quelle delle altre banche e a diventare, di fatto, la moneta cartacea nazionale. Conviene ricordare che, all’inizio, la Banca d’Inghilterra non era affatto l’unica a emettere banconote: per lungo tempo, in Inghilterra come in molti altri paesi, numerose banche private stampavano i propri biglietti, ciascuno convertibile in metallo presso l’istituto emittente, e la circolazione era un mosaico di carte diverse di affidabilità variabile. Il passaggio a una banca centrale con il monopolio dell’emissione fu graduale e maturò nel corso dell’Ottocento, quando si comprese che lasciare a molte banche il potere di creare carta-moneta era una fonte di instabilità: le banche meno solide emettevano più biglietti di quanti potessero onorare, e i loro fallimenti scuotevano la fiducia in tutta la moneta cartacea. Concentrare l’emissione delle banconote in un’unica istituzione di vertice, garantita dallo Stato e tenuta a regole prudenti, parve la via per dare alla moneta cartacea una solidità uniforme. Così, in Inghilterra come altrove, il diritto di stampare banconote fu progressivamente sottratto alle banche private e riservato alla banca centrale, che ne acquisì il monopolio: le banconote che usiamo oggi, emesse esclusivamente dalla banca centrale, sono l’esito di questo lungo processo di concentrazione, con cui il caotico pluralismo delle carte private cedette il posto a un’unica moneta nazionale affidabile.
Si compì così un passaggio storico decisivo: da banca privata fra le tante, la Banca d’Inghilterra divenne la banca delle banche, l’istituzione le cui banconote fungevano da moneta di riferimento per l’intero sistema, e presso la quale le altre banche tenevano i propri depositi e regolavano i propri conti. Era nata, di fatto, la funzione di banca centrale: un’istituzione al vertice del sistema monetario, la cui moneta sta sopra le altre, e che fa da perno attorno a cui ruota tutto il credito del paese. Questa posizione di vertice, raggiunta gradualmente nel corso di oltre un secolo, avrebbe dato alla banca un potere immenso, ma le avrebbe anche imposto, suo malgrado, una responsabilità nuova: quella di vegliare sulla stabilità dell’intero sistema, e di intervenire quando esso minacciava di crollare.
Come nasce e muore la fiducia
Per capire perché la banca centrale dovette assumersi quella responsabilità, bisogna comprendere la fragilità intrinseca del sistema bancario a riserva frazionaria, e il fenomeno terribile che da essa può scaturire: il panico bancario, la corsa agli sportelli. Abbiamo già accennato a questo meccanismo nel capitolo sui banchieri; ora dobbiamo guardarlo in faccia, perché è il problema centrale che la banca centrale fu chiamata a risolvere.
Il sistema bancario poggia, lo abbiamo visto, sulla fiducia: la fiducia che le banconote siano convertibili in oro, la fiducia che i depositi possano essere ritirati quando si vuole. Finché questa fiducia regge, tutto funziona, e la banca può tranquillamente tenere in riserva solo una frazione di ciò che dovrebbe restituire, perché solo una frazione le viene effettivamente richiesta. Ma la fiducia è una cosa fragile e, soprattutto, è una cosa che si autoavvera nel bene e nel male. Se si diffonde il sospetto, fondato o infondato, che una banca non sia in grado di far fronte ai propri impegni — di convertire le banconote, di restituire i depositi — allora ciascuno ha interesse a correre per primo a ritirare il proprio denaro, prima che la riserva si esaurisca. Ma se tutti corrono insieme, la riserva, che è solo una frazione del totale, si esaurisce davvero in fretta, e la banca, incapace di restituire a tutti contemporaneamente, fallisce — confermando così, a posteriori, il sospetto che aveva scatenato la corsa. Il panico bancario è una profezia che si autoavvera: il timore del fallimento provoca il fallimento, anche di una banca che, senza quel timore, sarebbe stata perfettamente solvibile.
C’è di peggio: il panico è contagioso. Quando una banca fallisce, i depositanti delle altre banche cominciano a temere per il proprio denaro, e la corsa si propaga da un istituto all’altro, come un incendio che salta da una casa all’altra. Una crisi che parte da una singola banca traballante può così trasformarsi in una crisi dell’intero sistema bancario, in cui anche le banche solide vengono travolte dalla fuga generale dei depositanti, il credito si paralizza, le imprese che dipendono dal credito falliscono, e l’economia reale precipita nella recessione. I panici bancari, frequenti e devastanti nell’Ottocento e ancora nel primo Novecento, erano fra le calamità economiche più temute, capaci di distruggere in poche settimane ricchezza e lavoro accumulati in anni. Il sistema bancario a riserva frazionaria, che nei tempi normali è una macchina meravigliosa per creare credito e alimentare la crescita, si rivelava nei momenti di panico un edificio spaventosamente fragile, esposto al crollo improvviso al primo vacillare della fiducia. Era questo il problema che gridava una soluzione, e la soluzione fu la banca centrale nel suo ruolo nuovo e decisivo.
Il prestatore di ultima istanza
La soluzione emerse gradualmente, imparata sul campo attraverso una serie di crisi, e fu teorizzata con chiarezza definitiva nell’Ottocento. L’idea è tanto semplice quanto profonda, e ruota attorno a una domanda: che cosa si può fare per fermare un panico bancario? Se il panico nasce dal timore che non ci sia abbastanza denaro per restituire tutti i depositi, allora il modo per fermarlo è dimostrare che il denaro c’è — fornirne, in caso di bisogno, in quantità illimitata. Se i depositanti sanno che la loro banca potrà sempre ottenere il contante necessario a rimborsarli, non avranno più ragione di correre a ritirare, e il panico si placherà da sé. Ma chi può fornire questo denaro illimitato nel momento del bisogno, quando tutte le banche lo cercano insieme e nessuna ce l’ha? Solo un’istituzione che stia al vertice del sistema, che possa creare moneta, e che sia disposta a prestarla alle banche in difficoltà: la banca centrale. Nasce così la funzione che gli inglesi chiamarono del prestatore di ultima istanza, il prestatore di ultima istanza: colui al quale ci si rivolge quando nessun altro presta più, l’estremo fornitore di liquidità che, intervenendo nel momento del panico, impedisce che esso travolga il sistema.
La formulazione classica di questa dottrina si deve a uno scrittore e direttore di giornale inglese dell’Ottocento, Walter Bagehot, che in un libro celebre sul mondo bancario di Londra fissò la regola che le banche centrali avrebbero seguito da allora in poi. La regola di Bagehot si riassume in pochi principi limpidi. In una crisi, la banca centrale deve prestare liberamente, senza lesinare, per soddisfare ogni domanda di liquidità e così spegnere il panico. Ma deve farlo a un tasso d’interesse elevato, perché il credito di emergenza non diventi un regalo e perché vi ricorra solo chi ne ha davvero bisogno. E deve prestare solo contro buone garanzie — contro attività di valore reale offerte in pegno dalle banche — perché lo scopo è soccorrere le banche solide colpite dal panico, non salvare quelle realmente fallite. Prestare molto, a caro prezzo, contro buone garanzie: in questa formula sta il segreto per fermare un panico senza incoraggiare l’imprudenza. La banca centrale fornisce il denaro che impedisce il crollo, ma a condizioni tali da non premiare chi si è esposto sconsideratamente [Ferguson 2008].
C’è, in questa funzione, un paradosso che merita di essere còlto, perché illumina la natura profonda della moneta moderna. Il prestatore di ultima istanza ferma il panico creando moneta dal nulla: nel momento della crisi, la banca centrale presta denaro che non preesisteva, lo crea con un’iscrizione contabile, lo fa apparire perché serve a ristabilire la fiducia. È la dimostrazione più nuda del fatto che, in un sistema a riserva frazionaria, il denaro è in ultima analisi una creazione della fiducia e dell’autorità, non una quantità fissa di metallo. Proprio perché il denaro può essere creato, il panico — che è una crisi di fiducia — può essere curato creando il denaro che ristabilisce la fiducia. La banca centrale è, in questo senso, la guardiana suprema di quella fiducia: l’istituzione che, potendo creare moneta senza limiti, può sempre garantire al sistema il denaro di cui ha bisogno per non crollare. È un potere immenso, e come ogni potere immenso porta con sé pericoli e tentazioni, di cui diremo.
Il modello si diffonde
Il modello inaugurato dalla Banca d’Inghilterra si rivelò così efficace che, nel corso dell’Ottocento e del primo Novecento, fu adottato da un paese dopo l’altro. Ogni nazione che volesse un sistema monetario moderno e stabile finì per dotarsi di una banca centrale: un’istituzione al vertice del sistema bancario, con il monopolio o il quasi-monopolio dell’emissione di banconote, e con la funzione di prestatore di ultima istanza. Le grandi potenze europee si dotarono delle loro banche centrali nel corso del secolo, e il modello si estese via via a tutto il mondo, fino a diventare universale: oggi non esiste paese che non abbia la propria banca centrale, e il governo della moneta attraverso un’istituzione di questo tipo è dato per scontato ovunque. Ma questa universalità non deve far dimenticare che si tratta di un’invenzione storica recente, maturata per tentativi ed errori in poco più di due secoli, e tutt’altro che ovvia: per gran parte della storia, il denaro fece a meno di banche centrali.
Il caso più istruttivo e più tormentato di adozione del modello è quello degli Stati Uniti, e merita di essere raccontato perché smentisce l’idea che la banca centrale sia un approdo naturale e indolore. L’America, a differenza dell’Europa, fu a lungo profondamente diffidente verso l’idea di una banca centrale, per ragioni che affondavano nella sua cultura politica. Una parte importante dell’opinione americana vedeva in una banca centrale una pericolosa concentrazione di potere finanziario, una minaccia per la libertà e per la democrazia, uno strumento attraverso cui pochi banchieri avrebbero potuto dominare l’economia e la politica del paese. Questa diffidenza non era un capriccio, ma esprimeva una preoccupazione autentica e in parte fondata: il potere di creare e governare la moneta è davvero un potere enorme, e affidarlo a un’istituzione unica solleva problemi reali di controllo democratico, che abbiamo già intravisto e che ritroveremo. Per questa diffidenza, gli Stati Uniti, lungo l’Ottocento, fecero più volte e poi disfecero i tentativi di dotarsi di una banca centrale: due istituzioni che avrebbero potuto svolgere quel ruolo furono create e poi soppresse, vittime dell’ostilità politica verso la concentrazione del potere monetario. È un punto che va sottolineato per evitare un equivoco diffuso: la Federal Reserve, la banca centrale americana, non nacque dal nulla nel 1913, ma fu il terzo tentativo, dopo due precedenti istituzioni federali poi smantellate. La strada americana verso la banca centrale fu lunga, contrastata e segnata da ripensamenti, e questo ci ricorda quanto la questione del governo della moneta sia, da sempre, anche e soprattutto una questione politica [Davies 2002].
Il panico che convinse l’America
Ciò che alla fine vinse la diffidenza americana fu, come spesso accade, una crisi. Nei primi anni del Novecento gli Stati Uniti, ormai una grande potenza industriale, erano ancora privi di una banca centrale e quindi di un prestatore di ultima istanza, e questa mancanza li esponeva a panici bancari ricorrenti e devastanti, contro i quali non esisteva alcun argine sistemico. Nel 1907 un grave panico finanziario scosse il paese: banche e istituti finanziari di New York furono travolti da una corsa dei depositanti, il credito si paralizzò, e l’intero sistema rischiò il collasso. In assenza di una banca centrale, la crisi fu fermata solo grazie all’intervento di un grande banchiere privato, che usò il proprio prestigio e le proprie risorse, e quelle che riuscì a radunare fra i colleghi, per fare da prestatore di ultima istanza al posto di un’istituzione pubblica che non esisteva. Il sistema fu salvato, ma il fatto stesso che la sua salvezza fosse dipesa dall’iniziativa e dalla buona volontà di un singolo individuo privato apparve a molti intollerabile: era assurdo e pericoloso che la stabilità dell’intera economia americana riposasse sulle spalle di un uomo, per quanto potente. Il panico del 1907 convinse anche molti scettici che il paese non poteva più fare a meno di un’istituzione pubblica capace di svolgere stabilmente quella funzione.
Fu da questa convinzione, maturata nel trauma della crisi, che nacque nel 1913 la Federal Reserve, la banca centrale degli Stati Uniti. Significativamente, la sua struttura porta ancora il segno dell’antica diffidenza americana verso la concentrazione del potere monetario: la Federal Reserve non fu concepita come un’unica banca centrale accentrata sul modello europeo, ma come un sistema federale, articolato in più banche regionali coordinate da un organo centrale, proprio per disperdere il potere ed evitare che si concentrasse in un solo luogo o in poche mani. Era un compromesso fra la necessità di avere un prestatore di ultima istanza e il timore di crearlo troppo potente: un compromesso tipicamente americano, che cercava di conciliare l’efficacia con la diffidenza verso il potere centralizzato. La storia successiva avrebbe visto la Federal Reserve accentrarsi e rafforzarsi progressivamente, fino a diventare la più potente banca centrale del mondo; ma la sua struttura originaria ricorda ancora le origini contrastate, e l’antico, mai sopito sospetto americano verso chi governa la moneta.
Il credito è moneta
Arriviamo così al cuore concettuale del capitolo, all’idea che la banca centrale porta alla sua piena evidenza e che è una delle più importanti di tutto il libro: in un’economia moderna, la maggior parte del denaro non è creata dallo Stato che conia monete o stampa banconote, ma dalle banche che concedono credito. Abbiamo incontrato questo meccanismo, in forma embrionale, parlando dei banchieri rinascimentali; ora dobbiamo enunciarlo nella sua piena portata, perché è il modo in cui funziona davvero il denaro nel mondo in cui viviamo.
Quando una banca concede un prestito, nella stragrande maggioranza dei casi non consegna al mutuatario una pila di banconote prelevate da un caveau: si limita a iscrivere una somma sul conto del cliente, a creare un deposito con un’annotazione contabile. Quel deposito è, a tutti gli effetti, denaro: il cliente può spenderlo, trasferirlo, usarlo per pagare, esattamente come se fosse contante. Ma quel denaro non esisteva prima che il prestito fosse concesso: è stato creato dalla banca nell’atto stesso di prestare, dal nulla, con un’iscrizione nei propri registri. È il «valore dal nulla» che dà il titolo a questo libro, ed è il modo ordinario, quotidiano, con cui la gran parte del denaro viene all’esistenza in un’economia moderna: non attraverso le zecche, ma attraverso il credito bancario. Ogni volta che una banca presta, crea moneta; ogni volta che un prestito viene rimborsato, quella moneta viene distrutta. La massa di denaro che circola in un’economia è in larga parte fatta di questi depositi creati dal credito, ed è perciò una grandezza che si espande e si contrae con l’attività di prestito delle banche.
Come fa, allora, la banca centrale a governare questa massa di denaro creata dal credito, se non la stampa direttamente? Il suo strumento principale è il tasso d’interesse. Regolando il tasso al quale essa stessa presta alle banche — e quindi, indirettamente, il costo a cui le banche prestano a famiglie e imprese — la banca centrale influenza la quantità di credito che viene domandato e concesso, e con esso la quantità di moneta creata. Quando vuole frenare l’economia e l’inflazione, alza il tasso: il credito diventa più caro, se ne chiede e se ne concede meno, la creazione di moneta rallenta. Quando vuole stimolare l’economia, abbassa il tasso: il credito costa meno, se ne domanda di più, la moneta si espande. Il tasso d’interesse è dunque la leva fondamentale della politica monetaria moderna, il volante con cui la banca centrale guida l’economia accelerando o frenando la creazione di credito. La storia dei tassi d’interesse, che attraversa l’intera vicenda del denaro come abbiamo visto fin dalla Mesopotamia, raggiunge qui la sua forma matura: da prezzo del prestito fra privati, l’interesse diventa lo strumento con cui un’autorità pubblica governa l’intera economia monetaria di una nazione [Homer & Sylla 2005]. È un potere sottile e formidabile, perché agisce non per ordine diretto ma attraverso gli incentivi, orientando le decisioni di milioni di prestatori e debitori con il semplice variare di un numero.
Qui, però, la prudenza impone una precisazione importante, perché su questo punto circolano descrizioni fuorvianti e contrapposte, ed è bene non prendere partito ideologico. Una rappresentazione tradizionale, che si trova in molti manuali, descrive la creazione di moneta come un processo meccanico: la banca centrale immette una certa quantità di riserve, e le banche commerciali le moltiplicano prestando, secondo un «moltiplicatore» determinato dalla riserva frazionaria, in una catena ordinata e prevedibile. Una rappresentazione più recente e più aderente alla realtà sottolinea invece che le banche, nel concedere credito, non si limitano a moltiplicare riserve preesistenti, ma creano i depositi attivamente, in risposta alla domanda di prestiti e alle proprie valutazioni di convenienza e di rischio, mentre la banca centrale agisce piuttosto regolando il costo del credito che non dosando meccanicamente la quantità di moneta. La differenza fra le due visioni è tecnica e dibattuta, e non è questo il luogo per dirimerla; ciò che conta, e su cui entrambe concordano, è il fatto fondamentale: che la maggior parte del denaro moderno è creata dalle banche attraverso il credito, e non dallo Stato attraverso il conio. È un fatto che ha conseguenze enormi, perché significa che il governo della quantità di moneta — e quindi, attraverso la teoria quantitativa che abbiamo incontrato, dell’inflazione e della stabilità dei prezzi — passa in gran parte attraverso il controllo del credito bancario, ed è questo, non la stampa di banconote, il principale strumento con cui le banche centrali governano la moneta.
Il potere e la sua tentazione
Resta da affrontare la tensione di fondo che attraversa tutta la storia della banca centrale, e che ne fa una delle istituzioni più delicate e controverse del mondo moderno. La banca centrale ha un potere enorme: può creare moneta, governare il credito, influenzare i tassi d’interesse, fermare i panici, e attraverso questi strumenti incidere profondamente sull’economia, sull’occupazione, sui prezzi, sulla ricchezza di tutti. Un potere così grande pone inevitabilmente la domanda: chi controlla chi governa la moneta? A chi deve rispondere la banca centrale, e con quale fine deve esercitare il suo potere?
La tensione fondamentale è quella fra due funzioni potenzialmente in conflitto. Da un lato, la banca centrale è nata, lo abbiamo visto, anche per servire lo Stato, per finanziarne i bisogni, soprattutto in tempo di guerra: il patto originario del 1694 era un prestito alla corona. Lo Stato, che è sempre a corto di denaro, ha una tentazione permanente di usare la banca centrale come fonte di finanziamento facile, facendole creare la moneta necessaria a coprire le proprie spese senza dover ricorrere alle impopolari imposte. Dall’altro lato, la banca centrale ha la responsabilità di vegliare sulla stabilità della moneta, di impedire l’inflazione, di mantenere la fiducia nel denaro. E queste due funzioni confliggono, perché creare moneta per finanziare lo Stato significa, oltre un certo limite, esattamente ciò che la teoria quantitativa ci ha insegnato a temere: aumentare la quantità di moneta più della ricchezza, e quindi generare inflazione, svalutare il denaro, tradire la fiducia. La storia monetaria è piena di casi in cui la banca centrale, asservita alle esigenze finanziarie dello Stato, ha stampato moneta senza freni per coprirne le spese, scatenando inflazioni rovinose: lo vedremo nei capitoli sull’era dell’inflazione, dove questo meccanismo raggiunge i suoi esiti più estremi.
Da questa tensione nasce l’idea, oggi largamente accolta ma storicamente recente e tutt’altro che pacifica, dell’indipendenza della banca centrale: l’idea che, per poter svolgere bene la sua funzione di guardiana della stabilità monetaria, la banca centrale debba essere sottratta al controllo diretto del governo, così da poter resistere alla tentazione politica di stampare moneta per finanziare la spesa o per favorire il consenso elettorale. Una banca centrale indipendente, si argomenta, può perseguire la stabilità dei prezzi nel lungo periodo senza piegarsi alle esigenze di breve termine della politica. Ma l’indipendenza solleva, a sua volta, un problema democratico non da poco: è giusto che un’istituzione dotata di un potere così grande sull’economia e sulla vita di tutti sia sottratta al controllo dei rappresentanti eletti dal popolo? A chi rende conto un’istituzione indipendente? La questione del giusto rapporto fra la banca centrale e il potere politico — fra l’indipendenza necessaria a garantire la stabilità e il controllo democratico necessario a legittimare il potere — non ha una soluzione definitiva, ed è ancora oggi al centro di accesi dibattiti, che si riaccendono a ogni crisi. È una delle grandi questioni aperte del governo del denaro, e su di essa, coerentemente con l’impostazione di questo libro, non pretendiamo di dare una risposta, ma di mostrarne la posta in gioco [Eichengreen 2008].
Vi era, nell’Ottocento, un freno potente a questa tentazione, ed è il filo che ci conduce direttamente al prossimo capitolo: l’oro. Finché la banconota era convertibile in oro su richiesta, la banca centrale non poteva stamparne quanta voleva, perché doveva custodire una riserva aurea sufficiente a onorare la promessa di conversione, e se ne stampava troppa rischiava che tutti corressero a convertire i biglietti in metallo, svuotandone i forzieri. La convertibilità in oro era, in altre parole, una disciplina, un vincolo esterno che legava le mani alla banca centrale e allo Stato, impedendo loro di abusare del potere di creare moneta: la quantità di carta che si poteva emettere era ancorata alla quantità d’oro custodita. Questo ancoraggio della moneta all’oro — il gold standard — fu il grande sistema monetario dell’Ottocento e dei primi del Novecento, e prometteva proprio ciò che la tentazione di stampare metteva a rischio: la stabilità del valore della moneta, garantita non dalla virtù dei governanti ma da un vincolo metallico inflessibile. Custodire l’oro della nazione e garantire la convertibilità della moneta divenne così una delle funzioni centrali delle banche centrali, e l’oro accumulato nei loro forzieri il fondamento ultimo della fiducia nel sistema. Ma quel vincolo aureo, che dava stabilità, aveva anche un costo terribile, e nascondeva contraddizioni che lo avrebbero infine fatto crollare. È la storia del gold standard, del suo apogeo e della sua rovina, che il prossimo capitolo racconta.
In questa tensione irrisolta — fra il servizio allo Stato e la difesa della moneta, fra l’efficacia e il controllo, fra l’indipendenza e la democrazia — sta l’essenza della banca centrale, l’istituzione ambigua e potente nata da quel patto del 1694 per finanziare una guerra. Essa rappresenta il tentativo, mai del tutto riuscito e sempre da rinegoziare, di domare la potenza e la fragilità del denaro creato dal credito: di goderne i benefici — il credito che alimenta la crescita, la liquidità che ferma i panici — tenendone a bada i pericoli — l’inflazione, l’abuso, l’instabilità. È un tentativo che ha avuto successi notevoli, e che ha reso il sistema finanziario moderno assai più stabile di quanto fosse nell’Ottocento dei panici ricorrenti; ma è un tentativo che non ha mai eliminato del tutto i rischi, come le grandi crisi del Novecento e del nostro secolo avrebbero drammaticamente dimostrato. La banca centrale governa la moneta, ma non la addomestica del tutto; e la storia che ci resta da raccontare — l’era dell’oro e il suo crollo, l’avvento del denaro fiat, le grandi inflazioni e le grandi crisi — è in larga parte la storia di questa lotta perenne, e mai conclusa, per tenere sotto controllo la forza che il credito e la carta hanno liberato. È al primo grande capitolo di questa lotta, l’epopea e la rovina del gold standard, che ci rivolgiamo ora.