Prefazione
Prefazione
Perché raccontare il denaro
Tenete in mano una banconota e guardatela davvero, come se non l’aveste mai vista. È un rettangolo di fibra stampato a colori, lavorato con qualche filigrana e un filo metallico, e non vale quasi nulla per ciò che è: la carta, l’inchiostro, il lavoro di stamparla costano una frazione minuscola della cifra impressa sopra. Eppure con quel rettangolo potete portarvi a casa il pane, un libro, un’ora del lavoro di un altro. Il negoziante lo accetta senza esitare, e non perché si fidi di voi — non vi conosce — ma perché è certo che a sua volta potrà passarlo a un terzo, che lo passerà a un quarto, in una catena che non si interrompe mai e di cui nessuno vede la fine. Quel pezzo di carta non contiene valore: lo trasporta, come un vaso trasporta l’acqua senza essere acqua. E il giorno in cui la catena si spezza — è accaduto, e questo libro racconterà più volte come — il rettangolo torna a essere ciò che fisicamente è sempre stato: quasi niente.
Questa è la cosa più strana del denaro, ed è il filo che tiene insieme le pagine che seguono. Il valore che maneggiamo ogni giorno non sta dentro un oggetto. Sta in un accordo: un accordo collettivo, fragile e poderoso insieme, sul fatto che certi segni — un’incisione nell’argilla, un disco di metallo, un foglio firmato, oggi una riga in un registro elettronico — possano stare al posto di una ricchezza che non c’è ancora, o che è altrove, o che esiste soltanto come promessa di restituzione. Il denaro, in altre parole, è una tecnica per fabbricare valore dove non ce n’era: il valore dal nulla del titolo non è un paradosso a effetto, ma la descrizione letterale di ciò che accade quando una banca apre un credito, quando uno Stato emette un titolo di debito, quando una comunità decide che un foglio vale un campo di grano. È un’alchimia che la storia umana ha imparato a praticare per gradi, in millenni di tentativi, fallimenti e ricominciamenti, e che ancora oggi nessuno controlla del tutto.
Un debito che cammina
Per secoli si è raccontata l’origine del denaro come una favola semplice e rassicurante, quella che molti di noi hanno studiato a scuola. In principio sarebbe stato il baratto: io ho grano e voglio una pecora, tu hai una pecora e vuoi grano, ci scambiamo. Ma il baratto è scomodo — bisogna che i bisogni coincidano, che la pecora valga esattamente tanto grano — e così gli uomini avrebbero inventato la moneta, un metallo prezioso buono per ogni scambio, per ungere gli ingranaggi del commercio. È la storia che Adam Smith mise all’inizio della scienza economica, ed è una storia limpida. È anche, quasi certamente, falsa.
Gli antropologi e gli storici che hanno cercato quel mondo di baratto puro non l’hanno mai trovato, in nessun luogo e in nessuna epoca [Graeber 2011]. Nelle comunità senza moneta non circolano pecore contro grano a saldo immediato: circola il debito. Ti do il mio grano oggi, tu mi darai qualcosa quando ne avrò bisogno; il villaggio tiene il conto a memoria, e quel conto di obblighi reciproci è l’economia. Le prime scritture contabili della storia, le tavolette di argilla della Mesopotamia, non registrano vendite a contanti: registrano crediti e debiti, quanto orzo deve il tale al tempio, entro quando, con quale interesse [Goetzmann 2016]. Il denaro, prima ancora di essere una cosa che si tiene in tasca, è stato un numero in un registro: la misura di una promessa di restituzione. Viene il sospetto, allora, che la moneta di metallo non sia l’origine del denaro ma un suo episodio tardo — un modo per rendere portatile, anonimo e trasferibile a uno sconosciuto un debito che prima viveva nella memoria di una comunità ristretta. Questo libro prende sul serio quel sospetto, senza trasformarlo in dogma: come vedremo, la questione se il denaro sia nato come merce o come credito è ancora aperta, e divide gli studiosi con un’asprezza che ha radici tutt’altro che accademiche.
La lunga migrazione del valore
Dentro questa storia corre una trama che dà al libro la sua spina dorsale, e che si può dire in una riga: il valore ha continuato a cambiare casa. Ha abitato dimore sempre più astratte, e a ogni trasloco è diventato insieme più potente e più immateriale.
Cominciò, l’abbiamo detto, come segno in un registro d’argilla, debito misurato in orzo e in argento pesato. Poi, intorno al VII secolo prima della nostra era, qualcuno in Lidia ebbe l’idea di imprimere il sigillo del re su pezzetti di metallo dal peso garantito, e nacque la moneta coniata: il valore si fece oggetto, tascabile, che passava di mano senza bisogno di pesare e saggiare ogni volta. Per più di duemila anni il metallo prezioso restò il corpo del denaro, e gli imperi sorsero e caddero anche per la loro capacità di trovarne, batterne, e — quando ne avevano poco — diluirlo di nascosto. Poi venne la carta: prima come ricevuta di un metallo depositato altrove, poi, audacemente, come promessa di pagamento che valeva più del metallo che le stava dietro, perché non tutti i portatori si sarebbero presentati insieme a riscuotere. Con la carta entrò in scena la banca, e con la banca la scoperta più vertiginosa di tutte: che il credito stesso è denaro, che prestando ciò che non si possiede del tutto si crea moneta nuova dal nulla. Da lì il passo verso il nostro presente fu lungo ma diritto. Nel 1971 l’ultimo legame fra il denaro e l’oro venne reciso, e per la prima volta nella storia tutta la ricchezza monetaria del mondo si trovò sospesa nel vuoto, garantita non più da un metallo ma soltanto dalla credibilità degli Stati che la emettono [Ferguson 2008]. E negli ultimi anni l’ultimo trasloco: il denaro diventato codice, registro condiviso senza centro, valore che pretende di reggersi su un algoritmo invece che su un’autorità.
Il lettore vedrà questa migrazione svolgersi capitolo per capitolo, e scoprirà — arrivato in fondo — che a ogni passaggio il denaro ha perso qualcosa di concreto e guadagnato qualcosa di concettuale, fino a smaterializzarsi del tutto; ma che la domanda di fondo non è mai cambiata di una virgola. Chi garantisce che quel valore sia reale? Chi risponde se la promessa non viene mantenuta? Dalla tavoletta babilonese al portafoglio digitale, è sempre la stessa questione, posta a un livello ogni volta più profondo.
Che libro è, e che libro non è
Conviene dire subito che cosa il lettore troverà in queste pagine e che cosa, deliberatamente, non vi troverà.
È un saggio narrativo. Procede per storie, persone e luoghi, perché le idee dell’economia non sono nate in astratto ma dentro vicende concrete, e raccontarle insieme è il modo più onesto di capirle: il banchiere fiorentino che fa e disfa i papi, il vasaio che diventa il più ricco d’Europa prestando agli imperatori, l’avventuriero scozzese che convince un regno intero a stampare carta su una promessa coloniale e poi lo trascina nella rovina, il presidente americano che una domenica sera annuncia in televisione la fine dell’oro. Dietro ciascuna di queste storie c’è un’idea — il signoraggio, l’interesse, la riserva frazionaria, l’inflazione — e l’idea entra in scena quando la vicenda la fa nascere, mai prima.
Non è, invece, un manuale. Il lettore non vi troverà formule per valutare un titolo, modelli macroeconomici da risolvere, tecniche di contabilità o, men che meno, consigli su come investire i propri risparmi. Quando la storia toccherà uno di questi temi — e accadrà — il libro si fermerà a spiegarne l’idea in parole, e poi tornerà a raccontare. Da dove vengono gli strumenti della finanza, e perché contarono: di questo si occupano queste pagine; come si usano, è materia di un altro genere di libro.
Una scelta di metodo merita di essere dichiarata in apertura, perché riguarda ogni capitolo. L’economia, più di quasi ogni altra materia, è un campo di battaglia ideologico: se il denaro debba poggiare sull’oro o sulla fiducia nello Stato, se le banche centrali siano un presidio o un pericolo, se il debito pubblico sia un veleno o uno strumento, sono questioni su cui si combatte da secoli e si combatte ancora, spesso con passione partigiana. Questo libro ha una posizione netta su come trattare queste dispute: le espone, non le arbitra. Il lettore troverà ricostruite, ciascuna con le sue ragioni, le grandi scuole in conflitto — chi vede nel denaro una merce e chi un credito, chi invoca la disciplina dell’oro e chi la flessibilità della carta — perché ognuna di esse ha convinto, in qualche stagione, menti di prim’ordine, e capire perché convinse è più istruttivo che decretare chi avesse ragione. Lo stesso vale per il capitolo conclusivo sulle monete digitali, terreno oggi infestato di entusiasmi e di disprezzi speculari: lo si attraverserà con curiosità storica, senza vendere nulla e senza demolire nulla.
Come leggere, e una piccola avvertenza
Non occorre alcuna preparazione economica per leggere questo libro. La scrittura procede per profondità progressiva: ogni capitolo si apre su una scena concreta — una data, un luogo, una persona — e scende per gradi verso il dettaglio storico e concettuale, fino a sfiorare le questioni ancora aperte di oggi. Chi desidera fermarsi alla narrazione può farlo senza perdere il filo; chi vuole spingersi più a fondo troverà, lungo la strada, anche le idee economiche nella loro forma più precisa. Le formule sono quasi assenti, e quelle poche che compaiono sono sempre spiegate prima a parole; le date, le cifre e gli ordini di grandezza, invece, abbondano, perché sono il sale di questa storia. Le fonti puntuali sono indicate nel testo e raccolte in fondo, dove un saggio bibliografico suggerisce percorsi di lettura per chi voglia proseguire da sé.
Un’avvertenza, infine, che è anche una promessa di onestà. La storia del denaro è ingombra di leggende troppo belle per essere vere: la mania dei tulipani che avrebbe mandato in rovina l’Olanda intera, la carriola di banconote necessaria a comprare il pane nella Germania del 1923, il selvaggio che non sapeva che farsene dell’oro. Sono racconti seducenti, e questo libro li racconterà — sarebbe un peccato tacerli — ma sempre dichiarandoli per ciò che sono, e poi rimettendoli in piedi alla luce di ciò che davvero accadde. Il lettore scoprirà, con una certa sorpresa, che i fatti documentati sono quasi sempre più interessanti del mito, perché al posto di sciocchi e di geni mettono uomini comuni alle prese con problemi nuovi [Davies 2002].
Chi avesse letto il libro gemello di questa stessa biblioteca, dedicato alla storia della misura, ritroverà qui un’aria di famiglia, e non per caso: misurare il valore e misurare una lunghezza sono parenti stretti, due modi di trasformare il mondo in qualcosa su cui estranei possano mettersi d’accordo. Ma chi comincia da queste pagine non ha nulla da recuperare. La storia che sto per raccontare ha un inizio tutto suo — un mercante, una tavoletta d’argilla, un debito annotato — e si lascia leggere da sola, dal primo segno inciso nel fango fino all’ultima riga di codice.