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Capitolo 04

I banchieri del Rinascimento

Medici, Fugger e l’invenzione della banca moderna

Il tavolo coperto di verde

Nelle piazze delle città mercantili italiane del Tre e Quattrocento, sotto i portici o all’aperto nei giorni di mercato, sedeva il cambiavalute dietro un lungo tavolo coperto di un panno, spesso verde, su cui erano posati i libri dei conti, la bilancia per pesare le monete e i sacchetti del denaro. Quel tavolo si chiamava, in italiano, il banco, e da quella parola umile e concreta è venuto il nome di una delle istituzioni più potenti della storia: la banca. Al banco si cambiavano le monete delle infinite zecche d’Europa — fiorini, ducati, scudi, grossi, denari di ogni conio e lega — operazione tutt’altro che banale in un mondo dove ogni città batteva la propria moneta e dove conoscere il valore reale di ciascuna, il suo contenuto di metallo, la sua bontà, era un mestiere specializzato. Ma al banco si faceva molto di più: vi si ricevevano depositi, vi si concedevano prestiti, vi si regolavano i conti fra mercanti, vi si compravano e vendevano lettere di cambio. Il cambiavalute era, in nuce, già un banchiere.

C’è un’altra parola, nata sulla stessa piazza, che racconta il rovescio della medaglia. Quando un banchiere falliva, quando non poteva più far fronte ai propri impegni e i creditori si presentavano al suo tavolo senza trovare di che essere pagati, il banco veniva, secondo la tradizione, fisicamente rotto, spezzato, a segnare pubblicamente la fine della sua attività e la sua rovina. Da banco rotto è venuta la parola bancarotta. Le due parole, banca e bancarotta, nate gemelle sullo stesso tavolo, dicono già tutto della vicenda che questo capitolo racconta: la banca è una macchina meravigliosa per creare ricchezza e fiducia, ma porta inscritta in sé, fin dal nome, la possibilità del proprio crollo. La storia dei grandi banchieri del Rinascimento è insieme la storia di questa potenza e di questa fragilità, e nessuna delle due si capisce senza l’altra.

In questo capitolo entreremo nelle botteghe dove nacque la banca moderna, seguiremo l’ascesa delle grandi dinastie di banchieri che fecero e disfecero papi e imperatori, e cercheremo di capire l’invenzione tecnica che a tutto ciò fece da fondamento silenzioso: la contabilità a partita doppia, il modo nuovo di tenere i conti che permise all’impresa di vedere se stessa con una chiarezza prima impossibile. E incontreremo, ancora una volta, la grande verità che attraversa il libro: che il denaro è sempre più promessa che cosa, e che la banca non fa che portare quella verità alle sue conseguenze, costruendo sulla fiducia un edificio tanto più alto quanto più, proprio per questo, esposto al vento.

L’impresa che si vede

Cominciamo dall’invenzione tecnica, perché è il fondamento di tutto il resto, anche se è la meno appariscente. Per gestire un’impresa commerciale di una certa complessità — filiali in più città, soci, debiti e crediti con decine di controparti, merci in viaggio, valute diverse — bisogna sapere, in ogni momento, come stanno le cose: quanto si possiede, quanto si deve, quanto si è guadagnato o perduto. Sembra ovvio, ma non lo è affatto, e per gran parte della storia umana fu un problema irrisolto. I conti tenuti in modo rudimentale — una lista di entrate, una lista di uscite — bastano per un’attività semplice, ma diventano una nebbia impenetrabile quando l’impresa cresce. Come si fa a sapere se un’azienda con dieci filiali e cento debitori è in utile o in perdita? Come si controlla che un fattore lontano non rubi, che un conto torni, che il patrimonio cresca o si eroda? La risposta che il Rinascimento italiano diede a questa domanda è una delle invenzioni intellettuali più importanti e più sottovalutate della storia: la contabilità a partita doppia.

L’idea, nella sua essenza, è di una semplicità geniale. Ogni operazione economica viene registrata due volte, in due conti distinti: una volta come «dare» e una volta come «avere». Se compro merce pagando in contanti, la merce entra nel mio attivo (un conto aumenta) e il contante esce (un altro conto diminuisce): la stessa operazione, vista da due lati. Se ricevo un prestito, il denaro entra nella cassa ma sorge, di pari importo, un debito. Ogni fatto economico ha sempre due facce — una fonte e un impiego, un dare e un avere — e registrarle entrambe significa cogliere l’operazione nella sua interezza. La conseguenza di questo metodo è prodigiosa: poiché ogni registrazione ha la sua contropartita, in qualunque momento la somma di tutti i «dare» deve uguagliare la somma di tutti gli «avere». Se i conti non «quadrano», se le due somme non coincidono, c’è un errore da qualche parte, e il sistema stesso lo segnala. La partita doppia non è soltanto un modo di annotare: è un meccanismo di controllo automatico, una macchina logica che verifica la propria coerenza.

Ma il dono più grande della partita doppia fu un altro, e tocca qualcosa di più profondo della semplice esattezza. Tenendo i conti in questo modo, l’impresa diventa per la prima volta visibile a se stessa. In ogni momento il mercante può, chiudendo i conti, sapere esattamente quanto vale la sua azienda, quanto ha guadagnato in un periodo, dove ha fatto profitti e dove perdite. L’impresa cessa di essere una nebulosa di affari sparsi e diventa un oggetto unitario, misurabile, leggibile a colpo d’occhio nel bilancio. È una rivoluzione cognitiva prima ancora che tecnica: la partita doppia dà al mercante uno specchio in cui la sua attività si riflette tutta intera, e gli permette di governarla con la freddezza del calcolo invece che con l’intuito e la memoria. Si è detto, con una formula efficace, che la partita doppia insegnò all’impresa a pensare se stessa come un’entità astratta, separata dalla persona del proprietario, dotata di un proprio patrimonio e di un proprio destino contabile. In questa astrazione c’è il germe dell’azienda moderna, della società anonima, di tutto il capitalismo che verrà.

Qui è necessaria una precisazione che la verità storica impone e che fa onore ai fatti. La partita doppia non fu «inventata» da un singolo uomo in un singolo momento: si formò gradualmente nelle pratiche dei mercanti italiani fra il Duecento e il Trecento, affinata di bottega in bottega, di città in città, senza un autore e senza una data di nascita. Ciò che accadde nel 1494 fu qualcosa di diverso ma anch’esso decisivo: in quell’anno un frate francescano, matematico, di nome Luca Pacioli, pubblicò un grande trattato di matematica, la Summa de arithmetica, che conteneva una sezione dedicata alla tenuta dei conti «alla veneziana», cioè a partita doppia. Pacioli non inventò il metodo: lo descrisse, lo sistematizzò, lo mise per iscritto in modo chiaro e ordinato, e grazie alla stampa — nata da pochi decenni — lo diffuse in tutta Europa. Fu, se vogliamo, non l’inventore ma il grande divulgatore della partita doppia, colui che la trasformò da pratica artigianale tramandata oralmente in sapere codificato e insegnabile. La distinzione conta, perché ci ricorda che le grandi invenzioni economiche raramente hanno un padre solo: nascono dal lavoro anonimo di molti, e devono il loro trionfo non al lampo di genio ma alla lenta sedimentazione e alla diffusione [Goetzmann 2016].

Vale la pena soffermarsi sul ruolo della stampa, perché illumina come una tecnica si trasformi in sapere condiviso. La partita doppia era esistita per due secoli come conoscenza pratica, gelosamente custodita nelle botteghe, trasmessa da maestro ad apprendista, spesso in forma di segreto professionale. Finché restò tale, fu patrimonio di pochi. Ciò che la stampa fece, attraverso il trattato di Pacioli, fu strapparla a quella trasmissione orale e artigianale e renderla un sapere pubblico, codificato, accessibile a chiunque sapesse leggere e potesse procurarsi un libro. Un mercante di Lione, di Anversa, di Norimberga poteva ora apprendere il metodo veneziano senza aver mai messo piede in una bottega italiana, semplicemente studiando un volume stampato. La contabilità a partita doppia divenne così, nel giro di qualche decennio, il linguaggio comune degli affari europei, e fu uno dei primi grandi esempi di come la stampa — la tecnologia che stava rivoluzionando la trasmissione del sapere — potesse diffondere non solo idee religiose o letterarie, ma anche tecniche economiche, accelerando lo sviluppo del commercio e della finanza. Non è un caso che la nascita del capitalismo moderno coincida con l’epoca in cui la stampa rese universalmente disponibili gli strumenti intellettuali — la contabilità, la matematica commerciale, le tavole dei cambi e degli interessi — di cui quel capitalismo aveva bisogno per funzionare.

Il banco dei Medici

Se la partita doppia fu lo strumento, furono i grandi banchi mercantili a farne un impero, e fra tutti il più celebre fu quello dei Medici di Firenze. La famiglia Medici, di origini non aristocratiche, costruì la propria fortuna sul banco fondato sul finire del Trecento, e nel corso del Quattrocento ne fece una delle potenze finanziarie d’Europa, tanto da diventare, col denaro, anche signori di fatto di Firenze e poi protagonisti della politica e della cultura del Rinascimento. Vale la pena capire come fosse organizzato quel banco, perché la sua struttura rivela il modo nuovo in cui la fiducia veniva creata e governata.

Il banco dei Medici non era un’azienda unica e accentrata, ma una rete di filiali sparse nelle grandi città del commercio europeo — Firenze, Roma, Venezia, Bruges, Londra, Lione, e altre — ciascuna delle quali era, dal punto di vista giuridico, una società in parte autonoma, con propri soci e propri capitali, legata alle altre da partecipazioni incrociate e dal controllo della famiglia. Questa struttura, che ricorda da vicino quella di una moderna società per filiali, aveva un vantaggio fondamentale: limitava il rischio. Se una filiale falliva, il danno poteva, almeno in linea di principio, essere circoscritto, senza trascinare con sé l’intero gruppo. Era una forma embrionale di quella separazione delle responsabilità che è uno dei pilastri del capitalismo moderno. Le filiali comunicavano fra loro attraverso un flusso continuo di lettere — lettere commerciali, lettere di cambio, rendiconti — che attraversavano l’Europa con i corrieri, e su quella corrispondenza si reggeva l’intero edificio: la rete dei Medici era, prima di tutto, una rete di informazione e di fiducia, tenuta insieme dalla carta scritta più che dall’oro.

Che cosa faceva, questo banco? Faceva molte cose insieme, ed è importante capirlo perché il banchiere rinascimentale non era uno specialista di una sola attività, ma un operatore a tutto campo del denaro. Commerciava in proprio, in merci pregiate come la lana, la seta, l’allume — un minerale prezioso per la tintura dei tessuti, sul cui commercio i Medici ebbero a un certo punto qualcosa di simile a un monopolio. Cambiava valute e trafficava in lettere di cambio, prestando di fatto a interesse attraverso le finzioni del cambio che abbiamo descritto nel capitolo precedente. Riceveva depositi da chi voleva mettere al sicuro il proprio denaro o farlo fruttare. E concedeva prestiti, soprattutto — ed è qui il punto delicato — ai potenti: ai principi, ai cardinali, ai sovrani, e in primo luogo al più importante e remunerativo dei clienti, il papato.

Il banchiere di Dio

Il rapporto fra il banco dei Medici e la Chiesa di Roma fu il cuore della loro fortuna, e illustra perfettamente come, nel Rinascimento, il denaro e il potere si intrecciassero in modo inestricabile. La Chiesa era, nel mondo di allora, la più vasta e ramificata organizzazione d’Europa, l’unica istituzione veramente sovranazionale, con entrate che affluivano a Roma da ogni angolo della cristianità: decime, tributi, tasse di ogni genere pagate dai fedeli e dal clero di tutto il continente. Far affluire a Roma quel fiume di denaro, proveniente da paesi lontani e in valute diverse, era un problema finanziario colossale, ed era esattamente il genere di problema che un banco con filiali in tutta Europa poteva risolvere. I Medici divennero i banchieri del papato: incassavano per conto della Chiesa le entrate ecclesiastiche nelle varie regioni, le trasferivano a Roma attraverso il meccanismo delle lettere di cambio senza muovere fisicamente il metallo, e da questa funzione traevano profitti immensi, oltre a un prestigio e a una vicinanza al potere che valevano quanto il denaro.

Ma il rapporto con i potenti, e con i sovrani in particolare, aveva un lato pericoloso, ed è una lezione che ricorre in tutta la storia della finanza. Prestare a un re o a un principe è, in apparenza, l’affare più sicuro e più redditizio: il sovrano ha bisogno di somme enormi, soprattutto per la guerra, ed è disposto a pagare bene, e concedere il proprio credito a un re dà al banchiere un potere e un prestigio impagabili. Ma il sovrano è anche il debitore più pericoloso che esista, per una ragione semplice: ha la forza dalla sua parte. Se un mercante non paga, lo si può citare in giudizio, far condannare, costringere. Ma se un re non paga, chi lo costringe? A chi ci si rivolge contro il sovrano, che è la fonte stessa della legge e della forza? Il re può sempre, quando il debito gli pesa troppo, semplicemente rifiutarsi di pagare — ripudiare il debito, come si dice — e il banchiere creditore non ha rimedio, perché non esiste un’autorità superiore al re a cui appellarsi. I Medici, del resto, avevano davanti agli occhi un precedente recente e ammonitore, accaduto nella loro stessa Firenze. Un paio di generazioni prima della loro ascesa, due fra le più grandi compagnie mercantili e bancarie fiorentine del Trecento, quelle dei Bardi e dei Peruzzi, avevano prestato somme colossali al re d’Inghilterra per finanziare le sue guerre contro la Francia, all’inizio di quella che sarebbe stata la Guerra dei Cent’anni. Quando il re, oberato dai costi del conflitto, ripudiò i propri debiti e si rifiutò di pagare, le due compagnie, che avevano concentrato su quel singolo debitore regale una parte enorme delle proprie risorse, furono trascinate al fallimento, in un crollo che scosse l’intera economia fiorentina. Era accaduto a metà del Trecento, e fu un disastro di proporzioni tali da restare impresso nella memoria della città. Eppure, ed è questa la cosa istruttiva, l’ammonimento non bastò: i Medici, pur conoscendo benissimo la sorte dei Bardi e dei Peruzzi, ripeterono a loro modo lo stesso errore, lasciandosi esporre verso debitori sovrani che li avrebbero a loro volta danneggiati. La tentazione del prestito ai potenti era, evidentemente, più forte della lezione della storia — come sarebbe stata, secolo dopo secolo, fino ai nostri giorni. Abbiamo già visto questa dinamica all’opera nel capitolo precedente, con i Templari distrutti dal loro debitore regale; la ritroveremo qui, e ancora più avanti, perché è una delle costanti del rapporto fra la finanza e il potere politico. Il banchiere che presta ai re cammina su una fune: finché il sovrano vuole e può pagare, l’affare è splendido; ma il giorno in cui non vuole o non può, il creditore scopre di non avere alcuna presa su di lui.

Il prezzo di questo pericolo si leggeva nei tassi. I prestiti ai sovrani, proprio perché rischiosi, comportavano interessi assai più gravosi di quelli concessi a un mercante affidabile: il banchiere si faceva pagare il rischio del ripudio con un compenso elevato, e i grandi prestiti alle corone d’Europa, nel Rinascimento e nei secoli successivi, portavano tassi che riflettevano la fama di inaffidabilità dei loro illustri debitori. La storia dei tassi d’interesse, che è anche una storia della fiducia, mostra con chiarezza questo nesso: più un debitore era ritenuto incline a non pagare, più alto era il prezzo che doveva offrire per ottenere credito, e i sovrani, debitori potenti ma infidi, pagavano spesso caro [Homer & Sylla 2005]. Era una compensazione apparente, però, perché nessun tasso, per quanto alto, ripaga della perdita totale del capitale quando il re semplicemente si rifiuta di pagare: e il banchiere che si lasciava sedurre dai lauti interessi offerti da un sovrano scopriva, troppo tardi, di aver scambiato un guadagno illusorio con un rischio mortale.

Il banco dei Medici imparò questa lezione a proprie spese. La sua filiale di Londra, in particolare, fu rovinata dai prestiti concessi alla corona inglese durante le guerre dinastiche del Quattrocento: somme ingenti prestate a sovrani che poi non rimborsarono, o rimborsarono solo in parte, e che trascinarono la filiale al dissesto. E qui occorre dire qualcosa che corregge l’immagine dorata che spesso si ha dei Medici. La fortuna del banco non fu una marcia trionfale ininterrotta: conobbe dissesti, perdite gravi, filiali che fallirono, una gestione che nell’ultima parte del Quattrocento si fece meno rigorosa e più imprudente, con prestiti politicamente motivati ma economicamente avventati. Il banco dei Medici, che pure fu per decenni una macchina formidabile, declinò e si avviò alla rovina proprio mentre la famiglia raggiungeva l’apice della gloria politica e culturale: i Medici diventarono signori di Firenze e mecenati sommi del Rinascimento mentre il loro banco, la fonte originaria della loro potenza, si indeboliva e infine si dissolveva. È un destino istruttivo, e ci mette in guardia dal mito del genio mercantile infallibile: anche i più grandi banchieri della storia commisero errori rovinosi, e proprio l’intreccio fra il denaro e il potere che li aveva fatti grandi contribuì alla loro caduta [Ferguson 2008].

Il denaro fatto bellezza

C’è un aspetto della vicenda dei Medici che non si può tacere, perché illumina una funzione del denaro diversa da tutte quelle viste finora, e perché è ciò per cui quella famiglia è ancora oggi universalmente ricordata. I Medici non usarono la loro immensa ricchezza soltanto per accumulare altra ricchezza o per esercitare il potere politico: la usarono anche per finanziare l’arte, l’architettura, la cultura, in una misura e con un gusto che hanno pochi paragoni nella storia. Furono i mecenati di alcuni dei più grandi artisti del Rinascimento; commissionarono palazzi, chiese, sculture, dipinti; raccolsero biblioteche, sostennero studiosi, fecero di Firenze una capitale della bellezza e del pensiero. Il denaro guadagnato al banco, cambiando valute e prestando ai papi, si trasformò in cupole, affreschi, statue, manoscritti — in una parte cospicua di ciò che ancora chiamiamo Rinascimento.

Questa trasformazione del denaro in bellezza non fu solo generosità o amore disinteressato dell’arte, per quanto anche questi vi avessero parte. Fu anche, e lucidamente, uno strumento di potere e di legittimazione. Una famiglia di origini non nobili, che aveva costruito la propria potenza sul denaro — attività ancora circondata, lo abbiamo visto, da un’ombra di sospetto morale — aveva bisogno di nobilitare se stessa, di trasformare la ricchezza in prestigio, in autorità riconosciuta, in qualcosa che il denaro da solo non conferisce. Il mecenatismo serviva esattamente a questo: a convertire il capitale economico in capitale simbolico, a far dimenticare l’origine mercantile della fortuna sotto lo splendore delle opere, a legare il nome della famiglia non ai prestiti e ai cambi ma alla magnificenza eterna dell’arte. Era, se vogliamo, una forma raffinatissima di quello stesso impulso che avevamo visto nei mercanti che lasciavano somme in opere di carità per riscattare l’ombra d’usura: il bisogno di riconciliare il denaro con qualcosa di più alto, di redimerlo trasformandolo in bene visibile e duraturo. La differenza è che i Medici lo fecero su una scala e con un gusto tali da generare un patrimonio di bellezza che è sopravvissuto al loro banco di secoli, e che oggi vale, in un senso che nessun bilancio potrebbe registrare, infinitamente più di tutto l’oro che essi prestarono e perdettero. È una delle più eloquenti lezioni sulla natura del denaro: che esso è un mezzo, e che il suo valore ultimo dipende da ciò in cui lo si trasforma.

Il banchiere che faceva gli imperatori

Se i Medici furono i banchieri del papa, i Fugger di Augusta furono i banchieri dell’imperatore, e la loro vicenda porta alle estreme conseguenze il tema dell’intreccio fra denaro e potere. Originari di una famiglia di tessitori, i Fugger costruirono nel corso del Quattrocento e del Cinquecento una fortuna che superò forse quella degli stessi Medici, fondata sul commercio, sulla finanza e soprattutto sul controllo di miniere — di rame e d’argento — nell’Europa centrale. Il più celebre di loro, Jakob Fugger, detto «il Ricco», fu probabilmente l’uomo più facoltoso del suo tempo, e il suo nome è legato a uno degli episodi che meglio mostrano fino a che punto il denaro potesse comprare il potere supremo.

Nel 1519 morì l’imperatore del Sacro Romano Impero, e si aprì la corsa alla successione. La corona imperiale non era ereditaria: veniva conferita da un ristretto collegio di principi elettori, e il candidato che voleva ottenerla doveva, di fatto, comprarne i voti, con donativi e promesse di somme enormi. Si fronteggiarono due grandi pretendenti, il re di Francia e il giovane re di Spagna, Carlo d’Asburgo, e fu una gara a chi offrisse di più agli elettori. Carlo vinse, e divenne l’imperatore Carlo V, signore di un dominio su cui, si disse, non tramontava mai il sole. Ma vinse perché poté offrire più denaro del rivale, e quel denaro glielo prestò, in massima parte, Jakob Fugger. Fu l’oro dei Fugger a comprare i voti che fecero di Carlo l’imperatore: senza quel prestito, la storia d’Europa sarebbe stata diversa. È difficile immaginare una dimostrazione più nuda del potere della finanza: un banchiere privato, con il proprio denaro, determinò l’esito dell’elezione alla più alta dignità della cristianità. Si racconta che, qualche anno dopo, sentendosi trattato con insufficiente riguardo, Fugger ricordasse all’imperatore, in una lettera, che senza di lui egli non avrebbe mai cinto la corona imperiale: e fosse o no autentica la lettera nei termini in cui ci è giunta, essa coglie una verità storica precisa, il debito di riconoscenza — e di denaro — che legava il più potente sovrano d’Europa al suo banchiere [Davies 2002].

Ma anche i Fugger, come i Medici, scoprirono il rovescio del prestito ai sovrani. Avevano legato la propria fortuna alla casa d’Asburgo, e quando gli Asburgo, oberati dalle spese di guerre continue, si rivelarono debitori inaffidabili — ritardando i pagamenti, ristrutturando i debiti, e in più occasioni, nel corso del Cinquecento, dichiarando di fatto la bancarotta della corona spagnola — i Fugger ne furono travolti. Avere come unico grande debitore il più potente sovrano d’Europa si rivelò non una garanzia ma una condanna, perché quando quel sovrano non pagava non c’era nulla da fare. La parabola dei Fugger ripete, su scala ancora più grande, quella dei Medici: l’ascesa vertiginosa grazie al credito ai potenti, e poi la rovina causata proprio da quei potenti che non onorarono i loro debiti. Due volte, con due dinastie diverse, la storia insegna la stessa lezione, e la insegnerà ancora.

Come la banca crea moneta

Dietro le vicende dei Medici e dei Fugger si nasconde un meccanismo che è il cuore segreto dell’attività bancaria, e che dobbiamo ora portare alla luce perché è una delle idee più importanti di tutto il libro: la banca non si limita a custodire e a prestare il denaro esistente; in un certo senso, lo crea. L’affermazione suona paradossale, ma la sua logica è limpida, e una volta compresa illumina tutta la storia che seguirà, fino alle banche centrali e al denaro di oggi.

Immaginiamo un banchiere presso il cui banco molti depositano il proprio denaro, per metterlo al sicuro o per comodità. Il banchiere si accorge presto di una cosa: i depositanti non vengono mai tutti insieme a ritirare il proprio denaro. In condizioni normali, in un dato giorno, solo una piccola parte di essi si presenta per prelevare, e contemporaneamente altri depositano. Una grande massa di denaro depositato giace dunque, in ogni momento, inutilizzata nelle casse del banco. Il banchiere ha un’idea, tanto semplice quanto rivoluzionaria: perché tenere fermo tutto quel denaro, se solo una frazione serve per i prelievi quotidiani? Può prestarne una parte, trattenendo soltanto una riserva sufficiente a fronteggiare le richieste normali di rimborso. Così facendo, mette a frutto denaro che altrimenti resterebbe ozioso, e ne ricava un interesse. Questa pratica — prestare una parte dei depositi tenendo solo una riserva frazionaria — è il fondamento di tutta la banca moderna, e ne parleremo a fondo nel capitolo dedicato alle banche centrali. Ma già qui dobbiamo coglierne la conseguenza vertiginosa.

Quando il banchiere presta una parte dei depositi, accade qualcosa di strano. Il depositante originario continua a considerare suo il denaro che ha depositato: per lui, quel denaro è ancora pienamente disponibile, è ricchezza sua, contabilizzata a suo credito. Ma quella stessa somma, prestata dal banchiere a un terzo, è ora anche nelle mani di chi l’ha ricevuta in prestito, che la spende, la fa circolare, la usa come denaro. Lo stesso denaro, per così dire, esiste due volte: come deposito a disposizione del depositante e come prestito nelle mani del mutuatario. La banca, prestando ciò che le è stato depositato, ha moltiplicato la quantità di denaro in circolazione senza che una sola moneta in più sia stata coniata. Ha creato moneta dal nulla — o meglio, dal credito, che è la stessa cosa. È esattamente il fenomeno che dà il titolo a questo libro, e che qui vediamo all’opera nella sua forma più pura: il valore che si genera non estraendo metallo da una miniera, ma scrivendo un numero in un registro, aprendo un credito, trasformando un deposito in un prestito.

Questa è la magia, e insieme il pericolo, della banca. La magia, perché creare credito significa rendere disponibili capitali per le imprese, i commerci, le iniziative, alimentando una prosperità che il solo denaro metallico non potrebbe sostenere: gran parte della crescita economica dell’età moderna fu resa possibile proprio da questa capacità della banca di moltiplicare il credito. Il pericolo, perché l’intero edificio poggia su un presupposto fragile: che i depositanti non vengano tutti insieme a ritirare il proprio denaro. Finché la fiducia regge, il sistema funziona e prospera. Ma se per qualche ragione la fiducia vacilla, se si diffonde il timore che la banca non sia in grado di restituire i depositi, allora i depositanti corrono tutti insieme a ritirare — è la «corsa agli sportelli» — e nessuna banca, per quanto solida, può reggere a una richiesta simultanea di rimborso di tutti i suoi depositi, perché quel denaro, in gran parte, non è nelle sue casse: è stato prestato, è in giro per il mondo. La banca che ha prestato i depositi è, in ogni momento, tecnicamente incapace di restituirli tutti insieme, e vive sospesa sulla fiducia che nessuno glielo chieda. È la stessa fragilità che la parola «bancarotta», nata sullo stesso tavolo della parola «banca», porta inscritta fin dall’origine.

La leva e il vento

Conviene dare un nome al principio generale che governa tutta questa vicenda, perché è uno dei concetti più importanti della finanza e ci accompagnerà fino alle crisi del nostro tempo: la leva. Si dice che un’attività finanziaria opera «a leva» quando controlla o impiega risorse molto maggiori del proprio capitale proprio, prendendo a prestito la differenza. La banca è, per sua natura, un’impresa a leva: con un capitale proprio relativamente piccolo, e una riserva limitata, essa muove e presta una massa di denaro molto più grande, costituita dai depositi altrui. Lo stesso vale per il mercante-banchiere che, con il proprio capitale, controlla affari di valore assai superiore grazie al credito. La leva è ciò che moltiplica i guadagni: se opero con denaro dieci volte il mio capitale e ne ricavo un profitto, quel profitto, rapportato al mio capitale, è enorme. Per questo la finanza ama la leva: essa amplifica i rendimenti, e permette di costruire fortune immense partendo da basi modeste.

Ma la leva è una lama a doppio taglio, e amplifica esattamente nello stesso modo le perdite. Se le cose vanno male, se i debitori non pagano o gli affari falliscono, le perdite si abbattono per intero sul capitale proprio, che è piccolo, e lo annientano in un attimo. Un’impresa molto indebitata può essere spazzata via da una perdita che un’impresa senza debiti assorbirebbe senza danno: perché la leva che nei tempi buoni moltiplica i profitti, nei tempi cattivi moltiplica le perdite fino a travolgere chi vi ha fatto ricorso. I Medici e i Fugger erano, in questo senso, imprese altamente indebitate e fortemente esposte: avevano costruito edifici grandiosi su basi di capitale proprio relativamente esili, e quando il vento girò — quando i sovrani non pagarono, quando le perdite si accumularono — quegli edifici crollarono con la stessa rapidità con cui erano saliti. La leva è il vento che gonfia le vele della finanza e la spinge a velocità altrimenti impossibili; ma è anche il vento che, mutando direzione, può rovesciare la nave.

Proprio per arginare questa instabilità, accanto ai banchi privati dei mercanti cominciarono a sorgere, fra il Rinascimento e l’età moderna, istituzioni di natura diversa: i banchi pubblici, creati o garantiti dalle autorità cittadine per offrire un luogo sicuro dove custodire e trasferire il denaro. A Genova, il Banco di San Giorgio gestì per secoli il debito della repubblica e ne amministrò le finanze con una solidità che ne fece una potenza a sé; a Venezia, e poi più tardi ad Amsterdam e ad Amburgo, sorsero banchi pubblici di deposito e di giro, presso i quali i mercanti potevano regolare i propri conti trasferendo crediti da un nome all’altro nei registri della banca, senza maneggiare moneta. Questi banchi pubblici, più prudenti e più garantiti dei banchi privati, furono un passo importante verso la stabilità del sistema, e in un certo senso gli antenati delle banche centrali che incontreremo fra qualche capitolo: perché cominciarono a separare la funzione di custodia sicura del denaro e di regolazione dei pagamenti da quella, più rischiosa, del prestito a leva. Ma la tensione di fondo non scomparve mai, e riemergerà, identica, in ogni stagione della storia finanziaria.

In questa tensione fra la potenza e la fragilità — fra la capacità di creare ricchezza moltiplicando il credito e il rischio di esserne travolti — sta l’essenza dell’attività bancaria, dal banco coperto di panno verde delle piazze italiane alle gigantesche istituzioni finanziarie del nostro tempo. La banca è una delle invenzioni più potenti che l’umanità abbia concepito: senza di essa, senza la sua capacità di raccogliere il risparmio sparso e di trasformarlo in credito per chi sa farlo fruttare, la prosperità del mondo moderno sarebbe inconcepibile. Ma è anche una delle più instabili, perché costruisce sul vuoto della fiducia, prestando ciò che dovrebbe custodire e promettendo a tutti una disponibilità che non potrebbe mai onorare tutta insieme. I grandi banchieri del Rinascimento furono i primi a maneggiare questa potenza su vasta scala, e furono i primi a esserne, a turno, esaltati e distrutti. Dopo di loro, la storia del denaro è in larga parte la storia di come questa macchina meravigliosa e pericolosa — la banca, la leva, il credito che crea moneta — sia stata via via perfezionata, estesa, e infine messa sotto la tutela di un’istituzione nuova, nata proprio per impedirne i crolli rovinosi: la banca centrale. Ma prima di arrivarci, dobbiamo seguire il denaro in un altro grande viaggio, quello che, attraverso gli oceani, avrebbe riversato sull’Europa il metallo prezioso di un intero nuovo mondo, e con esso una rivoluzione dei prezzi mai vista. È la storia del prossimo capitolo.