Capitolo 06
Carta e fiducia: le prime bolle
Tulipani, Amsterdam, John Law e la South Sea Bubble
Un bulbo che valeva una casa
Si racconta che nell’inverno fra il 1636 e il 1637, nelle città dell’Olanda, un singolo bulbo di tulipano di varietà pregiata potesse essere scambiato per una somma pari al prezzo di una casa sui canali di Amsterdam, o per anni e anni di salario di un artigiano. Si racconta di marinai finiti in prigione per aver scambiato per una cipolla, e mangiato a colazione, un bulbo che valeva una fortuna; di interi patrimoni costruiti e distrutti in pochi mesi; di una nazione intera presa da una febbre collettiva per i fiori, che si concluse in un crollo rovinoso quando, di colpo, nessuno volle più comprare e i prezzi precipitarono a nulla. La «tulipomania» è entrata nell’immaginario come il primo e più clamoroso esempio di follia speculativa della storia, il simbolo stesso dell’irrazionalità delle folle quando si lasciano travolgere dall’avidità.
È una storia magnifica, e per questo va maneggiata con grande cautela, perché buona parte di essa è leggenda. Molti dei dettagli più coloriti — il marinaio incarcerato, le cifre stratosferiche, l’idea di una nazione intera rovinata — provengono non da documenti dell’epoca, ma da racconti moralistici scritti molto più tardi, in particolare da un celebre libro ottocentesco sulle illusioni popolari che fissò la versione drammatizzata destinata a diventare senso comune. Gli storici che hanno esaminato da vicino le fonti contemporanee hanno ridimensionato di molto il quadro: la speculazione sui tulipani fu reale e i prezzi di alcune varietà rare raggiunsero effettivamente livelli stravaganti, ma riguardò una cerchia relativamente ristretta, in buona parte di mercanti e appassionati, e il suo crollo, per quanto rovinoso per i singoli coinvolti, non ebbe affatto l’effetto di devastare l’economia olandese, che continuò anzi a prosperare. La tulipomania non fu il cataclisma nazionale che la leggenda dipinge; fu un episodio speculativo circoscritto, gonfiato poi dalla letteratura fino a diventare un mito [Goetzmann 2016].
Vale la pena capire perché, fra tutti i beni, furono proprio i tulipani a scatenare la speculazione, perché la risposta mostra come anche le manie più assurde partano quasi sempre da un nucleo di valore reale. Il tulipano era, nell’Olanda del Seicento, una novità esotica e ricercata, arrivata da poco dall’Oriente, e divenne rapidamente uno status symbol fra le classi agiate: possedere tulipani rari era segno di gusto e di ricchezza. Le varietà più pregiate erano quelle dai petali striati di colori vivaci secondo disegni fantastici e irripetibili — striature che, si è scoperto solo molto più tardi, erano l’effetto di un virus che infettava il bulbo, e che proprio per questo erano imprevedibili e difficili da riprodurre. Un bulbo capace di generare un fiore dalle striature spettacolari era dunque genuinamente raro e ambito, e un certo prezzo elevato aveva una sua giustificazione. Su questo nucleo di valore reale si innestò poi la dinamica speculativa: i prezzi cominciarono a salire, l’aumento attirò chi comprava non per amore dei fiori ma per rivendere con profitto, e la spirale si avviò, staccandosi sempre più da ogni fondamento ragionevole. È uno schema che ritroveremo in ogni bolla: all’origine c’è quasi sempre qualcosa di reale — una vera innovazione, una vera scoperta, un vero motivo di valore — che poi la speculazione gonfia oltre ogni misura, fino a trasformare un rialzo giustificato in una mania insensata. Le bolle non nascono dal nulla, ma dall’esagerazione di qualcosa di reale.
Perché cominciare un capitolo con una storia per metà falsa? Perché la distanza fra il mito e la realtà è essa stessa istruttiva, e perché — al di là delle esagerazioni — il nocciolo del fenomeno è autentico e profondamente rivelatore. Nei tulipani si vede, per la prima volta con tanta evidenza, un meccanismo che avrebbe segnato tutta la storia finanziaria moderna: la bolla speculativa, l’impennata di un prezzo trascinato non dal valore reale di ciò che si compra, ma dalla convinzione di poterlo rivendere a un prezzo ancora maggiore. E i tulipani sono solo l’antipasto: questo capitolo racconta come, proprio in quegli stessi decenni e in quegli stessi luoghi, nascessero gli strumenti che avrebbero reso le bolle non più un’eccentricità legata ai fiori, ma una caratteristica permanente del capitalismo finanziario — la società per azioni, la borsa, la carta-moneta — e come quegli strumenti, appena nati, generassero due delle più gigantesche bolle della storia, capaci stavolta di scuotere davvero intere nazioni.
L’anatomia di una bolla
Conviene fermarsi subito a capire che cos’è, in generale, una bolla speculativa, perché lo schema che incontreremo nei tulipani, nel sistema di Law e nella South Sea Company è sempre lo stesso, e si ripeterà identico fino alle crisi del nostro tempo. Una bolla nasce quando il prezzo di un bene — un fiore, un’azione, una casa — comincia a salire, per qualunque ragione iniziale, e quell’aumento attira compratori non perché desiderino il bene in sé, ma perché si aspettano che il prezzo continui a salire e contano di rivendere a qualcun altro guadagnando sulla differenza. È la logica del «più sciocco»: compro a un prezzo già alto, sapendo magari che è eccessivo, ma convinto di trovare qualcuno ancora più disposto a pagare, a cui rifilare il bene prima del crollo. Finché altri compratori entrano nel gioco, il prezzo sale, e ogni rialzo sembra dare ragione a chi ha comprato, attirando nuovi entusiasti in una spirale che si autoalimenta. È la fase della mania, in cui l’euforia contagia strati sempre più larghi di popolazione, e in cui sembra che il prezzo possa solo salire e che chi non partecipa sia uno sciocco.
Ma nessuna spirale di questo tipo può durare per sempre, perché si regge su un paradosso: il prezzo sale solo finché ci sono nuovi compratori, e i nuovi compratori prima o poi si esauriscono. A un certo punto i più avveduti, o i più fortunati, cominciano a vendere per realizzare il guadagno; le vendite frenano la salita; il rallentamento insinua il dubbio; il dubbio spinge altri a vendere. È la fase che gli studiosi chiamano del disagio, o distress, il momento incerto in cui l’umore del mercato si incrina e l’euforia comincia a trasformarsi in inquietudine. E poi, di colpo, la fiducia si rovescia in panico: tutti corrono a vendere insieme, ognuno cercando di liberarsi del bene prima che valga ancora meno, e il prezzo, privato di compratori, precipita con la stessa rapidità con cui era salito, spesso fino a un livello inferiore a quello di partenza. Chi è rimasto con il bene in mano all’ultimo — il «più sciocco» finale, che non ha trovato nessuno a cui rivendere — paga per tutti, rovinato. Questo schema in tre tempi — mania, disagio, panico — è l’anatomia ricorrente di ogni bolla, descritta in un classico studio sulle crisi finanziarie che ne ha tracciato il modello attraverso i secoli [Kindleberger & Aliber 2005].
C’è un ingrediente che quasi sempre alimenta le grandi bolle e ne moltiplica la portata, e che dobbiamo introdurre perché ricorrerà in tutto il libro: il credito. Una bolla che si gonfi con il solo denaro che la gente già possiede ha un limite naturale; ma quando i compratori possono indebitarsi per comprare — prendere a prestito per acquistare azioni o beni che sperano di rivendere con profitto — allora la spirale si carica di una potenza nuova e pericolosa. Il credito permette di comprare con denaro che non si ha, scommettendo sul rialzo: se il prezzo sale, si rivende, si ripaga il prestito e si intasca la differenza moltiplicata; ma se il prezzo scende, si resta col debito da pagare e il bene che vale meno, e la rovina è completa. È la leva di cui abbiamo parlato nel capitolo precedente, applicata alla speculazione: essa amplifica i guadagni nella salita e le perdite nella discesa, e per questo rende le bolle alimentate dal credito enormemente più violente, sia nel gonfiarsi sia nello scoppiare. Vedremo, nel sistema di Law, il caso estremo in cui è la moneta stessa a essere creata per alimentare la bolla, in un cortocircuito fra l’emissione di carta e la speculazione che è forse il più puro esempio storico di questo meccanismo. E lo ritroveremo, identico nella sostanza, in ogni grande crisi finanziaria fino a quella del 2008: dietro ogni bolla davvero distruttiva c’è quasi sempre una montagna di debito.
Ciò che rende le bolle così interessanti, e così pericolose, è che in esse il denaro rivela nel modo più puro la sua natura di pura convinzione collettiva. Un bene vale, in una bolla, esattamente ciò che gli altri credono che valga, e finché tutti credono che valga molto, vale molto davvero — fino all’istante in cui qualcuno smette di crederci e l’intero castello crolla. La bolla è la dimostrazione estrema di una verità che attraversa tutto il libro: che il valore non è una proprietà oggettiva delle cose, ma un fatto di fiducia condivisa, e che la fiducia, quando si gonfia oltre ogni fondamento, può creare ricchezza apparente dal nulla — salvo poi farla svanire altrettanto dal nulla. È il «valore dal nulla» nella sua forma più febbrile e più instabile.
Il laboratorio di Amsterdam
Mentre la tulipomania accendeva e spegneva la sua effimera fiammata, l’Olanda del Seicento stava costruendo qualcosa di assai più duraturo e importante: le fondamenta della finanza moderna. La piccola repubblica delle Province Unite, divenuta nel Seicento la maggiore potenza commerciale e marittima d’Europa, fu il laboratorio in cui nacquero alcune delle istituzioni che ancora oggi reggono il capitalismo, e in primo luogo la società per azioni e il mercato in cui le sue azioni si scambiano.
Il punto di partenza fu un problema pratico: come finanziare il commercio con l’Asia, l’attività più redditizia e insieme più rischiosa dell’epoca. Una spedizione verso le Indie Orientali richiedeva capitali enormi — navi, equipaggi, merci di scambio — e poteva durare anni, con il rischio costante che la nave affondasse o fosse catturata, mandando in fumo tutto l’investimento. Nessun singolo mercante poteva sopportare da solo un rischio simile. La soluzione, geniale, fu di mettere insieme il capitale di moltissimi investitori in un’unica grande impresa permanente, dividendone la proprietà in quote — le azioni — e ripartendo così il rischio fra molte spalle. All’inizio del Seicento fu fondata la grande compagnia olandese delle Indie Orientali, la VOC, e con essa nacque, nella sua forma matura, la società per azioni: un’impresa la cui proprietà è frazionata in titoli, ciascuno dei quali rappresenta una quota del capitale e dà diritto a una parte degli utili.
L’innovazione decisiva fu che quelle azioni potevano essere vendute. Un investitore che avesse messo il proprio denaro nella compagnia non doveva attendere lo scioglimento dell’impresa per rientrare in possesso del capitale: poteva cedere la propria quota a un altro, in qualsiasi momento, al prezzo che le due parti concordavano. E poiché molti volevano comprare e vendere azioni, sorse un luogo dove farlo: la Borsa di Amsterdam, il primo mercato azionario moderno, dove le azioni della compagnia si scambiavano di continuo, e dove il loro prezzo saliva e scendeva secondo le notizie, le aspettative, gli umori. Era qualcosa di rivoluzionario, e ancora una volta tocca la natura del denaro e del valore. L’azione è una forma nuova di ricchezza: non è né terra né merce né moneta, ma un titolo, un pezzo di carta che rappresenta una quota di un’impresa e una promessa di partecipare ai suoi guadagni futuri. Il suo valore non sta in ciò che è materialmente, ma in ciò che promette e in ciò che gli altri sono disposti a pagare per averla. Con l’azione, e con il mercato che la scambia, il valore si smaterializza ancora di più, diventando un’aspettativa sul futuro che si compra e si vende come una merce [Goetzmann 2016].
Ad Amsterdam nacque anche, accanto alla borsa, una banca pubblica di grande solidità, il banco della città, che abbiamo già menzionato nel capitolo sui banchieri: un’istituzione dove i mercanti potevano depositare il proprio denaro e regolare i propri pagamenti trasferendo crediti nei registri della banca, con una sicurezza e un’efficienza senza pari. Vale la pena soffermarsi su questo banco, perché rappresenta il rovescio prudente della medaglia speculativa, e mostra che la finanza olandese non fu solo febbre di bolle ma anche costruzione di solidità. Il denaro depositato presso il banco di Amsterdam dava luogo a un credito registrato — una sorta di moneta bancaria, il «fiorino di banco» — che godeva di una reputazione di assoluta affidabilità, al punto da valere, nel commercio internazionale, più della moneta metallica corrente, spesso logora o di peso incerto. Mercanti di tutta Europa tenevano fondi presso il banco di Amsterdam e regolavano fra loro pagamenti anche ingenti senza muovere una sola moneta, semplicemente trasferendo crediti da un nome all’altro nei registri dell’istituzione. Era una moneta scritturale di alta qualità, garantita dalla città, che anticipava in piccolo ciò che le banche centrali avrebbero poi fatto su scala nazionale: fornire un denaro affidabile e stabile, un punto fermo di fiducia in mezzo alla confusione delle mille monete metalliche. Il contrasto fra questa solidità del banco e la febbre delle bolle speculative dice molto sulla doppia anima della finanza, capace insieme di costruire le istituzioni più solide e di generare le manie più rovinose. L’insieme di queste istituzioni — la società per azioni, la borsa, la banca pubblica, e una fitta rete di mercanti, assicuratori, cambiavalute — fece di Amsterdam il centro finanziario del mondo, il luogo dove furono inventati o perfezionati gran parte degli strumenti che la finanza usa ancora oggi. Ma quegli strumenti, che davano alla finanza una potenza nuova, portavano in sé anche un nuovo, gigantesco potenziale di instabilità: perché un mercato dove si comprano e si vendono aspettative sul futuro è, per sua natura, il terreno ideale su cui le bolle possono crescere fino a proporzioni mai viste. E fu proprio ciò che accadde, all’inizio del secolo successivo, in due paesi vicini e quasi nello stesso momento.
L’uomo che reinventò la carta-moneta
Il primo dei due grandi disastri ha un protagonista che sembra uscito da un romanzo: John Law, uno scozzese geniale e spregiudicato, giocatore d’azzardo, fuggiasco per un duello mortale, e insieme — questo è il punto che non si deve dimenticare — uno dei pensatori monetari più lucidi e anticipatori del suo tempo. Law non era un semplice avventuriero o un truffatore, come una certa tradizione lo ha dipinto: aveva idee precise e per molti versi profetiche sulla natura del denaro, e fu la possibilità di metterle in pratica su scala nazionale a trascinarlo, e con lui un intero regno, nella catastrofe.
Prima di seguire Law, conviene ricordare che la carta-moneta non fu, a rigore, un’invenzione europea. L’aveva preceduta di secoli la Cina, che già intorno all’anno Mille, sotto la dinastia Song, aveva cominciato a emettere banconote — dapprima come ricevute di depositi di metallo presso mercanti di fiducia, poi come vera e propria moneta cartacea garantita dallo Stato. Quando il viaggiatore veneziano Marco Polo, nel Duecento, descrisse all’Europa il fatto che nell’impero del Gran Khan la gente usava come denaro dei fogli di carta con un sigillo, i suoi lettori stentarono a credergli: pareva una stregoneria che un pezzo di carta potesse valere come l’oro. Eppure i cinesi ne avevano colto, con secoli d’anticipo, sia la potenza sia il pericolo: perché la storia della carta-moneta cinese conobbe a sua volta episodi di eccesso di emissione e di inflazione rovinosa, quando i governi, per finanziare le proprie spese, stamparono più carta di quanta l’economia potesse assorbirne, fino a screditarla. L’Europa, insomma, stava per riscoprire — e per imparare a proprie spese — una lezione che un’altra civiltà aveva già appreso: che la carta-moneta è uno strumento straordinario e infido insieme, e che la linea fra il suo uso sapiente e il suo abuso rovinoso è sottile. John Law non sapeva forse nulla dell’esperienza cinese, ma stava per ripeterne, su scala europea, tanto l’intuizione geniale quanto l’errore fatale.
L’idea di fondo di Law era audace e, vista con gli occhi di oggi, sorprendentemente moderna. Egli riteneva che la ricchezza di una nazione fosse frenata dalla scarsità di moneta metallica: se l’oro e l’argento sono pochi, gli scambi ristagnano, le imprese mancano di capitali, l’economia non cresce quanto potrebbe. La soluzione, sosteneva Law, era svincolare la moneta dal metallo, emettendo carta-moneta in quantità adeguata ai bisogni del commercio. Una banca poteva stampare banconote, garantite non più solo da una riserva d’oro, ma dalla ricchezza complessiva della nazione, dalle sue terre, dalle sue attività; e quella carta, mettendo in circolazione più mezzi di pagamento, avrebbe stimolato il commercio e fatto fiorire l’economia. In questa intuizione c’è il germe di idee che sarebbero diventate ortodossia solo molto più tardi: l’idea che la quantità di moneta possa essere gestita per stimolare l’economia, che il denaro non debba essere prigioniero del metallo, che la carta possa fare ciò che l’oro non basta a fare. Law anticipava di tre secoli il mondo della moneta fiat in cui viviamo. Il suo errore non fu l’idea in sé, ma la misura, l’avidità e la fretta con cui la mise in pratica.
L’occasione gli si presentò in Francia, un regno oppresso da un debito pubblico colossale, eredità delle guerre rovinose del Re Sole. Law convinse il governo francese ad affidargli un grandioso progetto: fondò una banca che emetteva banconote, e accanto a essa una grande compagnia commerciale a cui furono concessi il monopolio del commercio con i vasti territori francesi del Nord America, lungo il fiume Mississippi, e altri privilegi. La compagnia — il celebre «sistema del Mississippi» — vendeva azioni al pubblico, promettendo guadagni favolosi dallo sfruttamento di quelle terre lontane, dipinte come ricchissime. E qui i due meccanismi si saldarono in una combinazione esplosiva: la banca di Law stampava banconote, e quelle banconote venivano usate per comprare le azioni della compagnia, facendone salire il prezzo; il prezzo crescente attirava nuovi compratori, che chiedevano altre banconote, che la banca stampava, alimentando ulteriormente la corsa. Era una macchina per gonfiare simultaneamente la quantità di moneta e il prezzo delle azioni, l’una alimentando l’altra in una spirale vertiginosa.
Il crollo del sistema
Per qualche tempo la macchina funzionò oltre ogni immaginazione, e produsse una delle più spettacolari manie speculative della storia. Le azioni della compagnia del Mississippi salirono a livelli stratosferici, moltiplicando molte volte il loro valore in pochi mesi; folle di persone di ogni ceto si accalcavano nella strada di Parigi dove si trattavano i titoli, facendo e disfacendo fortune in un giorno. Si racconta — e qui, come per i tulipani, occorre cautela con gli aneddoti — che nacque in quei mesi la parola «milionario», per indicare i nuovi ricchi creati dalla speculazione. Law stesso, l’artefice di tutto, divenne uno degli uomini più potenti di Francia, controllore generale delle finanze del regno, idolatrato come un genio che aveva trovato il segreto della ricchezza inesauribile. Per un momento, parve davvero che si potesse creare ricchezza dal nulla, stampando carta e vendendo sogni coloniali.
Ma il sistema poggiava sul vuoto, e il vuoto, prima o poi, si fa sentire. Le terre del Mississippi, dipinte come un eldorado, erano in realtà paludi e foreste che non producevano nulla di lontanamente paragonabile ai guadagni promessi: il valore reale dietro le azioni era una frazione minima del loro prezzo gonfiato. E la quantità di banconote stampate per alimentare la bolla era enormemente superiore alla riserva di metallo che avrebbe dovuto garantirle. Bastò che qualcuno cominciasse a dubitare, a voler convertire le proprie azioni e le proprie banconote in oro sonante, perché l’intero edificio rivelasse la propria inconsistenza. Quando i primi corsero a vendere e a chiedere metallo, il panico si propagò: tutti vollero disfarsi delle azioni e convertire la carta in oro, ma l’oro non c’era — era una frazione minuscola della carta emessa — e il prezzo delle azioni precipitò, le banconote persero ogni valore, e il sistema crollò in rovina. Migliaia di persone furono rovinate; Law, da idolo, divenne l’uomo più odiato di Francia, e dovette fuggire dal regno, morendo poi povero in esilio. Il crollo del sistema lasciò in Francia una diffidenza così profonda verso le banche e la carta-moneta che il paese, per generazioni, rimase indietro rispetto ad altri nello sviluppo di istituzioni finanziarie moderne: una ferita di lungo periodo inferta dall’eccesso di un’idea di per sé non sbagliata [Davies 2002].
È importante, vale la pena ribadirlo, non ridurre Law a un imbroglione. La sua intuizione di fondo — che la moneta potesse essere svincolata dal metallo e gestita per stimolare l’economia — era giusta, e sarebbe diventata, secoli dopo, il fondamento del sistema monetario in cui viviamo. Ciò che Law sbagliò fu tutto il resto: la prudenza, la misura, il rispetto del limite oltre il quale l’emissione di carta non stimola più l’economia ma genera solo inflazione e bolle. Egli scoprì, suo malgrado e a spese altrui, la verità che sta dietro il titolo di questo libro: che si può davvero creare valore dal nulla, stampando carta e vendendo promesse, ma solo fino a un certo punto, oltre il quale il nulla si vendica e il valore creato dall’aria torna all’aria. La linea sottile fra la moneta fiduciaria che stimola la prosperità e la carta straccia che la distrugge è il problema centrale di tutta la storia monetaria moderna, e Law fu il primo a varcarla su scala nazionale, in modo così spettacolare da segnare per sempre la memoria di ciò che accade quando la si oltrepassa.
La bolla dei mari del Sud
Quasi esattamente negli stessi mesi in cui il sistema di Law saliva e crollava in Francia, dall’altra parte della Manica l’Inghilterra viveva la propria, parallela follia speculativa: la bolla della Compagnia dei Mari del Sud, la South Sea Bubble, che si gonfiò e scoppiò nel 1720, lo stesso anno del disastro francese. Il meccanismo era diverso nei dettagli ma identico nella sostanza, e anch’esso intrecciava il debito pubblico, una compagnia commerciale e la speculazione di massa in una miscela esplosiva.
Anche l’Inghilterra era gravata da un grande debito pubblico, e la Compagnia dei Mari del Sud propose uno schema per gestirlo: in cambio di privilegi commerciali — un monopolio sul commercio con l’America spagnola, in larga parte illusorio — la compagnia avrebbe assorbito una parte del debito dello Stato, convertendo i titoli del debito in proprie azioni. Per far funzionare lo schema, occorreva che le azioni della compagnia salissero di prezzo, e i suoi promotori fecero di tutto per gonfiarne il valore, con promesse di guadagni mirabolanti, voci abilmente diffuse, e ogni sorta di manovra. Il prezzo delle azioni salì vertiginosamente, e di nuovo si scatenò la mania: tutta l’Inghilterra, dai nobili ai bottegai, si gettò nell’acquisto di azioni della compagnia, e insieme di una folla di altre società improvvisate che spuntarono per approfittare dell’euforia, alcune delle quali apertamente truffaldine o assurde — è rimasta celebre, anche se forse leggendaria, quella di una compagnia che prometteva grandi profitti «per un’impresa di grande vantaggio, ma nessuno deve sapere quale sia».
Fra le vittime illustri di quella mania, la tradizione annovera nientemeno che Isaac Newton, il più grande scienziato del tempo, che avrebbe investito nella compagnia, ne avrebbe ricavato dapprima un buon guadagno vendendo per tempo, e poi, vedendo il prezzo continuare a salire, sarebbe rientrato comprando di nuovo a caro prezzo, per perdere infine una somma cospicua nel crollo. A lui si attribuisce una frase divenuta celebre: che poteva calcolare i moti dei corpi celesti, ma non la follia degli uomini. Come per i tulipani e per i «milionari» di Law, anche questo aneddoto va preso con la prudenza dovuta ai racconti troppo perfetti — i dettagli e la frase stessa sono di dubbia autenticità — ma esso coglie una verità che le bolle dimostrano implacabilmente: che l’intelligenza, anche la più sublime, non immunizza dall’euforia collettiva, e che nella febbre speculativa il genio e lo sciocco possono rovinarsi allo stesso modo. Le bolle non sono fenomeni di stupidità individuale, ma di dinamica collettiva: travolgono anche i lucidi, perché il meccanismo che le muove — la convinzione di poter rivendere a un prezzo più alto — può sedurre chiunque, fino all’istante in cui non c’è più nessuno a cui rivendere.
Poi, come sempre, la bolla scoppiò. Quando i prezzi raggiunsero altezze insostenibili e i primi cominciarono a vendere, la fiducia si rovesciò in panico, e il prezzo delle azioni della compagnia precipitò, rovinando una moltitudine di investitori, fra cui molti personaggi illustri — perfino, si dice, grandi scienziati e uomini di Stato che avevano creduto di poter cavalcare l’onda. Lo scandalo fu enorme, anche perché emerse che politici e amministratori avevano lucrato e favorito la truffa: ne seguirono inchieste, processi, rovine politiche. E ne seguì, soprattutto, una reazione legislativa che ebbe conseguenze di lungo periodo: per impedire il ripetersi di simili manie, l’Inghilterra approvò leggi che resero molto più difficile costituire società per azioni, frenando per più di un secolo lo sviluppo di questa forma d’impresa nel paese. Come in Francia con Law, anche in Inghilterra il trauma di una grande bolla generò una reazione che frenò a lungo l’evoluzione degli strumenti finanziari: un esempio di come le crisi, oltre a distruggere ricchezza, plasmino le istituzioni e le leggi che vengono dopo [Ferguson 2008].
Che cosa moltiplica la carta
Tiriamo le somme di queste vicende, perché illuminano il passaggio cruciale che dà il titolo al capitolo: l’ingresso della carta nella storia del denaro, e con essa di una nuova, vertiginosa potenza e di una nuova fragilità. Fino a questo punto del libro, il denaro era stato essenzialmente metallo coniato, o registrazione contabile di crediti. Con le banconote di Law, con le azioni di Amsterdam e della South Sea Company, entra in scena su vasta scala la carta: il pezzo di carta che vale non per ciò che è — vale, materialmente, nulla — ma per ciò che promette, una quota d’oro, una quota d’impresa, una partecipazione a guadagni futuri. La carta porta alle estreme conseguenze la natura del denaro come promessa che abbiamo seguito fin dall’inizio: essa è promessa pura, valore allo stato di fiducia, ricchezza che esiste solo finché qualcuno crede in essa.
E proprio qui sta la lezione duplice di questo capitolo. Da un lato, la carta moltiplica la potenza del denaro: permette di creare mezzi di pagamento e di raccogliere capitali in misura che il metallo non consentirebbe mai, finanziando imprese, commerci, sviluppo. La società per azioni e la borsa di Amsterdam, nate in quegli anni, sono fra le invenzioni più feconde della storia economica, e senza di esse il mondo moderno, con le sue grandi imprese e i suoi mercati di capitali, sarebbe inconcepibile. Dall’altro lato, la carta moltiplica esattamente nello stesso modo la fragilità: perché ciò che vale solo per la fiducia che lo sostiene può perdere ogni valore nell’istante in cui la fiducia svanisce. Una bolla è il momento in cui questa fragilità si manifesta nella sua forma più estrema: il valore creato dalla fiducia collettiva si gonfia fino a perdere ogni contatto con la realtà, e poi, quando la fiducia si rovescia, svanisce in un attimo, lasciando dietro di sé rovine. La carta è il «valore dal nulla» nella sua versione più potente e più pericolosa: può creare ricchezza vera, ma può anche creare ricchezza illusoria, e distinguere l’una dall’altra è il problema permanente di ogni economia fondata sul credito e sui mercati.
Le bolle del 1720 segnarono profondamente la memoria collettiva, e per un certo tempo raffreddarono l’entusiasmo per la carta e per la speculazione. Ma la potenza degli strumenti nati in quegli anni era troppo grande perché si potesse rinunciarvi: la società per azioni, la borsa, la banconota erano destinate a tornare, perfezionate e disciplinate, al centro dell’economia moderna. Ciò che mancava ancora era un’istituzione capace di governare la carta-moneta con prudenza, di emetterla nella giusta misura, di fare da àncora di stabilità in mezzo ai marosi della fiducia: un’istituzione che impedisse tanto la scarsità di moneta che frenava l’economia, quanto l’eccesso che generava le bolle. Quell’istituzione stava nascendo proprio in quei decenni, e a essa — alla banca centrale, alla sua origine e al delicato potere che le fu affidato — è dedicato il prossimo capitolo. La storia del denaro, dopo aver scoperto la potenza e il pericolo della carta, doveva ora imparare a domarli.