10/15
EN IT

Capitolo 09

L’era fiat e l’inflazione

Nixon 1971, la stagflazione e la cura di Volcker

La domenica che cambiò il denaro

La sera di domenica 15 agosto 1971, il presidente degli Stati Uniti Richard Nixon apparve in televisione per un annuncio a reti unificate. Fra le varie misure economiche che comunicò agli americani ve n’era una che, sotto la sua formulazione tecnica e quasi anodina, segnava la fine di un’epoca millenaria: gli Stati Uniti sospendevano la convertibilità del dollaro in oro. Da quel momento, le banche centrali straniere non avrebbero più potuto presentare i loro dollari al Tesoro americano e ricevere in cambio oro, come il sistema di Bretton Woods prometteva fin dal 1944. Il legame fra il dollaro e l’oro, l’ultimo filo che teneva ancora ancorata al metallo prezioso la principale moneta del mondo, era reciso. Nixon presentò la misura come temporanea, una difesa contro la speculazione; ma temporanea non fu, e quel filo non sarebbe mai più stato riannodato. Con quell’annuncio domenicale, fatto per ragioni contingenti e senza che forse i suoi stessi autori ne cogliessero appieno la portata storica, finiva non solo Bretton Woods, ma qualcosa di molto più grande: finivano millenni durante i quali il denaro era stato, in un modo o nell’altro, legato a un metallo prezioso, e cominciava l’era del denaro fiat, il denaro che non promette più nulla se non se stesso.

Conviene spiegare subito il termine, perché è la chiave di tutto il capitolo. moneta fiat è un’espressione che viene dal latino: fiat significa «sia fatto», «così sia», come nel «fiat lux», sia fatta la luce, del racconto biblico della creazione. La moneta fiat è la moneta che vale per decreto, per volontà dichiarata dell’autorità: vale perché lo Stato dice che vale, e la impone come mezzo legale di pagamento, non perché sia fatta d’oro o convertibile in oro. Per tutta la storia che abbiamo raccontato fin qui, il denaro era stato, alla fine, ancorato a qualcosa di tangibile: la moneta d’oro valeva per il suo metallo, la banconota convertibile valeva per la promessa di darti l’oro. Dal 1971, per la prima volta nella storia dell’umanità, l’intero denaro mondiale si trovò sospeso nel vuoto, senza alcun ancoraggio metallico: nessuna moneta, da quel momento, è più convertibile in oro, e il valore del denaro non riposa più su una sostanza preziosa, ma soltanto sulla fiducia nell’autorità che lo emette. È il punto d’arrivo dell’intera storia che questo libro racconta, la smaterializzazione completa del denaro, il «valore dal nulla» del titolo portato alla sua forma assoluta: un denaro che non è più nemmeno la promessa di una cosa, ma soltanto un segno che vale perché tutti accettano che valga.

Questo capitolo racconta che cosa accadde quando il denaro fu liberato dall’oro. Fu, come avevamo anticipato chiudendo il capitolo precedente, un azzardo: abbandonata la disciplina ferrea del metallo, la stabilità del denaro avrebbe d’ora in poi dipeso soltanto dalla saggezza di chi lo governava. E la prima cosa che accadde, negli anni Settanta, fu che quella saggezza si rivelò insufficiente, e il mondo precipitò nella più grave ondata d’inflazione della sua storia recente, che mise a durissima prova la fiducia nella nuova moneta senza àncora. Racconteremo quella grande inflazione, le sue cause dibattute, e la cura drastica e dolorosa con cui fu infine domata; e da quella vicenda cercheremo di rispondere alla domanda di fondo che l’era fiat solleva: che cosa dà valore a una moneta che non promette nulla?

Perché Bretton Woods crollò

Per capire perché Nixon recise il legame con l’oro, bisogna ricordare la contraddizione che, come avevamo visto, era insita in Bretton Woods fin dalla nascita. Il sistema poggiava sulla promessa che il dollaro fosse convertibile in oro, e quindi sulla fiducia che gli Stati Uniti avessero sempre oro a sufficienza. Ma il mondo, crescendo e commerciando, aveva bisogno di sempre più dollari, e gli Stati Uniti li avevano forniti in quantità crescente, spendendo all’estero, importando, finanziando la propria presenza militare nel mondo e, negli anni Sessanta, una guerra costosa e una grande espansione della spesa pubblica interna. Col tempo, la massa dei dollari in circolazione nel mondo finì per superare di gran lunga l’oro custodito a garanzia: la promessa di convertibilità era diventata, di fatto, impossibile da onorare, perché se tutti i detentori di dollari avessero chiesto insieme la conversione, l’oro americano non sarebbe bastato neppure lontanamente.

Era la stessa contraddizione della riserva frazionaria che avevamo incontrato parlando delle banche, ma stavolta su scala mondiale e con l’oro al posto della liquidità: la quantità di promesse (i dollari) cresciuta enormemente al di sopra della riserva (l’oro) che avrebbe dovuto garantirle. E come ogni sistema a riserva frazionaria, anche Bretton Woods era esposto a una sorta di corsa agli sportelli internazionale: man mano che diventava evidente che gli Stati Uniti non avevano abbastanza oro per tutti, i paesi stranieri cominciarono a temere di restare con dollari non più convertibili, e alcuni — la Francia in primo luogo — presero a chiedere di convertire i propri dollari in oro finché erano in tempo, drenando le riserve auree americane. Era l’inizio di una corsa che, se non fermata, avrebbe svuotato i forzieri degli Stati Uniti. Di fronte a questa emorragia e all’impossibilità ormai conclamata di mantenere la promessa, Nixon scelse l’unica via che gli restava: rompere unilateralmente la promessa, sospendere la convertibilità, lasciare che il dollaro — e con esso tutte le monete del mondo a esso ancorate — si sganciasse dall’oro. Il sistema di Bretton Woods, minato dalla sua contraddizione originaria, crollò così nel 1971, e dopo qualche anno di tentativi di rattoppo il mondo si trovò in un regime interamente nuovo: monete fiat, non convertibili, i cui cambi reciproci non erano più fissi ma fluttuavano liberamente sui mercati [Eichengreen 2008].

Un fatto, però, sopravvisse al crollo, ed è essenziale per capire l’ordine monetario in cui ancora viviamo: il dollaro restò la moneta di riferimento del mondo, anche dopo aver perso ogni legame con l’oro. Si sarebbe potuto pensare che, recisa l’àncora aurea, il dollaro perdesse il suo primato; e invece esso conservò il ruolo di principale moneta degli scambi internazionali, delle riserve delle banche centrali, dei prezzi delle materie prime. Il petrolio, in particolare, continuò a essere prezzato e scambiato in dollari in tutto il mondo, e questo legame fra il dollaro e la materia prima più importante del pianeta — talvolta evocato con l’espressione «petrodollaro» — contribuì a sostenere la domanda di dollari e quindi il loro valore. Il primato del dollaro, ormai, non riposava più sull’oro custodito a Fort Knox, ma sulla potenza economica, militare e politica degli Stati Uniti, sulla profondità e la sicurezza dei loro mercati finanziari, sull’abitudine e la fiducia del mondo intero. Era, anche questo, un valore fondato sulla fiducia e sulla potenza, non sul metallo: il dollaro divenne la moneta fiat per eccellenza, accettata in tutto il mondo non perché promettesse oro, ma perché tutti la accettavano e si fidavano di chi la emetteva. Se questo primato del dollaro fondato sulla fiducia sia destinato a durare, o se altre potenze e altre monete possano un giorno insidiarlo, è una delle grandi questioni aperte del nostro tempo, di cui diremo nell’ultimo capitolo.

Il valore senza àncora

Prima di affrontare quella domanda, conviene descrivere il mondo monetario nuovo che emerse dalle macerie di Bretton Woods, perché è il mondo in cui ancora viviamo. Sganciate dall’oro e l’una dall’altra, le principali monete del mondo cominciarono a fluttuare liberamente: il loro valore reciproco non era più fissato per decreto, ma determinato di momento in momento dai mercati valutari, dove le valute si comprano e si vendono come merci, e dove il loro prezzo sale e scende secondo l’offerta e la domanda, le notizie economiche, i movimenti dei capitali. Era la seconda soluzione del trilemma che avevamo enunciato nel capitolo precedente: rinunciare alla fissità dei cambi per riconquistare l’autonomia della politica monetaria. Da allora viviamo in un regime di cambi flessibili, in cui il valore di una moneta rispetto a un’altra cambia di continuo, e in cui i mercati valutari, enormi e velocissimi, sono diventati uno degli aspetti più caratteristici e più volatili della finanza globale. Nello stesso periodo, e in modo non casuale, il denaro proseguiva la sua smaterializzazione anche sul piano fisico: sempre meno contante di carta e di metallo, sempre più scrittura contabile, registrazione elettronica, numeri trasferiti da un conto all’altro attraverso reti informatiche. Il denaro dell’era fiat è andato diventando, oltre che svincolato dall’oro, anche progressivamente immateriale nella sua forma: non più nemmeno carta, ma pura informazione che circola fra i computer del sistema bancario, anticipando quella completa digitalizzazione del denaro di cui diremo negli ultimi capitoli [Davies 2002].

Si pone allora la domanda che è il cuore concettuale di questo capitolo, e forse di tutto il libro: che cosa dà valore a una moneta che non promette nulla? Se la banconota non è più convertibile in oro, se non è fatta di alcun metallo prezioso, se è solo un pezzo di carta — o, sempre più, un saldo elettronico, una scrittura in un computer — perché mai dovrebbe valere qualcosa? Perché la accettiamo in pagamento, perché vi affidiamo i nostri risparmi, perché lavoriamo per ottenerla? La risposta a questa domanda ci riporta alle grandi teorie sulla natura del denaro che abbiamo incontrato fin dal primo capitolo, e mostra quanto fosse profonda l’intuizione creditizia, o cartalista, del denaro.

La risposta è che la moneta fiat vale per una combinazione di fattori, nessuno dei quali è il metallo. Vale, in primo luogo, perché lo Stato la impone come mezzo legale di pagamento e, soprattutto, perché esige in essa il pagamento delle imposte. Questo è un punto sottile e fondamentale, che la teoria cartalista aveva colto: il denaro dello Stato vale anche perché lo Stato lo richiede indietro sotto forma di tasse. Ognuno di noi deve pagare le imposte, e deve pagarle nella moneta dello Stato; questo crea una domanda universale e ineludibile di quella moneta, che le conferisce valore indipendentemente da qualsiasi metallo. Il monopolio fiscale dello Stato — il suo potere di tassare e di stabilire in che cosa le tasse vadano pagate — è uno dei pilastri su cui poggia il valore della moneta moderna. Ma la moneta fiat vale anche, e forse soprattutto, per una ragione più semplice e più circolare: vale perché tutti credono che valga e tutti l’accettano. Io accetto la banconota perché so che il negoziante l’accetterà; il negoziante l’accetta perché sa che il suo fornitore l’accetterà; e così via, in una catena di fiducia reciproca che si autosostiene. Il valore della moneta fiat è una convenzione sociale che si regge sulla propria stessa generalità: vale perché è accettata, ed è accettata perché vale.

Si vede qui, nella sua forma più pura e più vertiginosa, la verità che attraversa tutto questo libro. Già nel primo capitolo, parlando del debito mesopotamico, avevamo visto che il denaro è in fondo una registrazione, una promessa, una convenzione sociale, e non una cosa. Per millenni questa natura convenzionale del denaro era stata mascherata dal metallo: la moneta d’oro sembrava valere per la sua sostanza, e si poteva credere che il denaro fosse, dopotutto, una cosa preziosa. La moneta fiat strappa via questa maschera e mostra il denaro per ciò che è sempre stato in fondo: pura fiducia, pura convenzione, valore che esiste solo perché una comunità conviene che esista. Il «valore dal nulla» non è più, nell’era fiat, un’eccezione patologica come nelle bolle, ma la condizione normale e permanente del denaro: tutto il nostro denaro, oggi, è valore creato dal nulla e sostenuto soltanto dalla fiducia. Questo è insieme liberatorio e inquietante. Liberatorio, perché svincola il denaro dai limiti fisici del metallo e permette di gestirlo in funzione dei bisogni dell’economia. Inquietante, perché un valore che riposa solo sulla fiducia è esposto, come ogni cosa fondata sulla fiducia, al rischio che la fiducia venga meno. E che cosa accade quando la fiducia nella moneta comincia a vacillare, lo mostrò drammaticamente proprio il decennio che seguì la fine di Bretton Woods.

La grande inflazione

Negli anni Settanta, il mondo occidentale fu travolto da un’ondata d’inflazione come non se ne vedevano da generazioni. I prezzi presero a salire a ritmi che, per le economie avanzate abituate alla stabilità, erano allarmanti: l’inflazione, che nei decenni precedenti era stata contenuta, salì a percentuali a due cifre in molti paesi, erodendo i salari, i risparmi, la fiducia. Fu un fenomeno complesso, dalle cause molteplici e tuttora dibattute, e sarebbe un errore ridurlo a una spiegazione unica e semplicistica. Concorsero più fattori. Vi fu, certamente, la fine della disciplina aurea: liberate dal vincolo dell’oro, le autorità monetarie poterono creare moneta più liberamente, e in molti casi lo fecero in misura eccessiva, anche per finanziare la spesa pubblica crescente, alimentando l’inflazione secondo il meccanismo che la teoria quantitativa ci ha insegnato. Vi furono gli shock petroliferi: nel corso del decennio, il prezzo del petrolio — materia prima fondamentale per ogni economia — subì aumenti improvvisi e drammatici, che si trasmisero a cascata su tutti i prezzi, perché l’energia entra nel costo di ogni cosa. E vi fu un meccanismo psicologico micidiale, quello delle aspettative: una volta che l’inflazione si è insediata, essa tende ad autoalimentarsi, perché i lavoratori, aspettandosi che i prezzi salgano, chiedono aumenti salariali per difendersi, e le imprese, aspettandosi salari e costi più alti, alzano i prezzi, in una spirale fra salari e prezzi che si avvita su se stessa.

Vale la pena soffermarsi su che cosa significhi, concretamente, l’inflazione per chi la subisce, perché spiega perché sia temuta e perché la sua sconfitta sia stata vissuta come una liberazione. L’inflazione è, prima di tutto, un’erosione silenziosa del valore del denaro, e quindi dei risparmi e dei redditi fissi. Chi ha messo da parte una somma, chi vive di una pensione o di uno stipendio che non si adegua abbastanza in fretta, vede il proprio potere d’acquisto assottigliarsi mese dopo mese, senza che nessuno glielo abbia tolto apertamente: il denaro che possiede resta lo stesso nel numero, ma compra sempre meno. Per questo si è parlato dell’inflazione come di una «tassa occulta»: essa trasferisce ricchezza in modo nascosto, senza un voto del parlamento, senza un prelievo dichiarato, semplicemente facendo perdere valore alla moneta. E i suoi effetti, come avevamo visto parlando della rivoluzione dei prezzi del Cinquecento, non sono neutri: l’inflazione danneggia i creditori e chi detiene denaro o redditi fissi, e favorisce i debitori, che restituiscono in moneta svalutata ciò che hanno ricevuto in moneta di maggior valore. Il primo grande debitore di ogni economia è lo Stato, ed è per questo che gli Stati hanno spesso una segreta tentazione verso un po’ d’inflazione, che alleggerisce il peso reale del loro debito: ma è una tentazione pericolosa, perché l’inflazione, una volta lasciata correre, tende a sfuggire di mano e a distruggere la fiducia stessa nella moneta. Negli anni Settanta fu proprio questa percezione — che l’inflazione stesse erodendo i risparmi, premiando l’imprudenza, minando la fiducia nel denaro — a rendere il fenomeno politicamente intollerabile, e a preparare il terreno per la cura drastica che sarebbe seguita.

Ciò che rese gli anni Settanta particolarmente sconcertanti, e che mise in crisi il pensiero economico dominante, fu la combinazione di due mali che la teoria considerava incompatibili: l’inflazione e la stagnazione insieme. Secondo la visione economica prevalente fino ad allora, largamente ispirata a Keynes, inflazione e disoccupazione erano in qualche modo alternative: quando l’economia tirava e l’occupazione era alta, i prezzi tendevano a salire; quando l’economia ristagnava e la disoccupazione cresceva, i prezzi tendevano a frenare. Si poteva, secondo questa visione, scegliere un punto di equilibrio fra i due mali, accettando un po’ più d’inflazione per avere meno disoccupazione o viceversa. Ma negli anni Settanta accadde l’impensabile: l’economia ristagnava, la disoccupazione cresceva, e tuttavia i prezzi continuavano a salire. Stagnazione e inflazione insieme — un fenomeno per cui fu coniata la parola stagflazione, stagflazione. Era qualcosa che la teoria keynesiana dominante faticava a spiegare, e questo fallimento aprì la strada a una rivoluzione nel pensiero economico, e a una nuova generazione di idee e di politiche [Ferguson 2008].

La rivoluzione monetarista

A guidare quella rivoluzione fu un economista, Milton Friedman, e una corrente di pensiero, il monetarismo, che riportò al centro della scena la teoria quantitativa della moneta che avevamo incontrato nel Cinquecento. La tesi di Friedman, formulata con grande forza e chiarezza, era che l’inflazione è sempre e dovunque un fenomeno monetario: nasce, in ultima analisi, dalla creazione di troppa moneta rispetto ai beni disponibili, e si combatte controllando la quantità di moneta. Contro la fiducia keynesiana nella capacità dello Stato di governare l’economia con la spesa pubblica, i monetaristi opponevano la diffidenza verso l’intervento statale e la fede nella disciplina monetaria: la priorità doveva essere la stabilità dei prezzi, da ottenere attraverso un controllo rigoroso della crescita della quantità di moneta. L’inflazione degli anni Settanta, secondo questa lettura, era stata causata da una crescita monetaria eccessiva, e poteva essere domata solo riportando sotto controllo quella crescita, anche a costo di una recessione.

È importante, per onestà e per coerenza con l’impostazione equilibrata di questo libro, non trasformare questa vicenda in una favola in cui il monetarismo trionfa sull’errore keynesiano grazie alla sua superiore verità. La realtà fu più sfumata. Il monetarismo colse un punto importante che il keynesismo del tempo aveva trascurato — il ruolo della quantità di moneta e delle aspettative nell’inflazione — e le sue idee si rivelarono efficaci nel combattere l’inflazione di quegli anni. Ma le cause della stagflazione restano oggetto di dibattito fra gli storici e gli economisti, e vi concorsero, come si è detto, fattori diversi, fra cui gli shock petroliferi, che non erano affatto di natura puramente monetaria. Inoltre, la stessa applicazione rigida delle ricette monetariste avrebbe in seguito mostrato i propri limiti, e il pensiero economico successivo avrebbe assorbito elementi tanto del keynesismo quanto del monetarismo, senza che nessuna delle due scuole potesse dirsi vincitrice assoluta. Ciò che è certo è che, sul finire degli anni Settanta, il clima intellettuale e politico era maturo per una svolta: l’inflazione era diventata intollerabile, la fiducia nelle vecchie ricette era crollata, e si fece strada la convinzione che fosse necessaria una cura drastica, fondata sul controllo monetario, per spezzare la spirale inflazionistica. Quella cura ebbe un nome e un volto.

La cura di Volcker

Il volto fu quello di Paul Volcker, nominato alla guida della banca centrale americana, la Federal Reserve, sul finire degli anni Settanta. Volcker era convinto che l’inflazione fosse il male supremo da combattere, e che per spezzarla fosse necessaria una stretta monetaria di severità senza precedenti, qualunque ne fosse il costo nel breve periodo. E così fece: la Federal Reserve sotto la sua guida portò i tassi d’interesse a livelli altissimi, mai visti, contraendo drasticamente la quantità di moneta e il credito. Fu una cura da cavallo, e il suo effetto immediato fu esattamente quello che ci si poteva attendere: una recessione grave, con disoccupazione elevata, fallimenti, sofferenza diffusa. Volcker sapeva che la sua politica avrebbe provocato una recessione, e la provocò deliberatamente: la recessione era il prezzo da pagare per spezzare l’inflazione, il mezzo stesso della cura. Alzando i tassi e soffocando il credito, si frenava l’economia, si faceva salire la disoccupazione, e questo spezzava la spirale fra salari e prezzi: di fronte alla recessione e al timore di perdere il lavoro, i lavoratori smettevano di chiedere aumenti, le imprese smettevano di alzare i prezzi, e l’inflazione, privata del suo carburante, cominciava a scendere.

La cura fu dolorosa e impopolare — Volcker fu oggetto di proteste e di odio durante gli anni della stretta — ma funzionò. Nel corso dei primi anni Ottanta l’inflazione, che era salita a livelli allarmanti, fu riportata sotto controllo, scese a percentuali tollerabili, e la fiducia nella stabilità della moneta fu gradualmente ristabilita. Il prezzo, come si è detto, fu una recessione pesante e una disoccupazione elevata; ma il risultato fu la fine della grande inflazione e l’inizio di una lunga era di prezzi relativamente stabili, che sarebbe durata per decenni. La lezione che se ne trasse, e che avrebbe plasmato la politica monetaria per una generazione, fu duplice. In primo luogo, che l’inflazione poteva essere domata, ma a un costo elevato, e che la determinazione a pagarlo era essenziale: una banca centrale doveva essere disposta a infliggere una recessione, se necessario, pur di difendere la stabilità dei prezzi. In secondo luogo — ed è il punto che ci riporta al tema dell’era fiat — che in un mondo senza àncora aurea, la stabilità del denaro dipendeva interamente dalla credibilità e dalla determinazione della banca centrale: era la fermezza di Volcker, non un vincolo metallico, a fare da àncora alla moneta. L’oro era stato sostituito dalla credibilità di un’istituzione.

L’indipendenza come nuova àncora

Da questa esperienza nacque la dottrina che avrebbe governato la moneta per i decenni successivi, e che è il punto d’arrivo dell’evoluzione che questo libro ha raccontato: l’idea che, nell’era fiat, l’àncora del denaro non sia più l’oro, ma la credibilità di una banca centrale indipendente, votata alla stabilità dei prezzi. Avevamo incontrato, nel capitolo sulle banche centrali, la tensione fra l’indipendenza necessaria a garantire la stabilità e il controllo politico necessario a legittimare il potere. L’esperienza dell’inflazione degli anni Settanta e della cura di Volcker fece pendere la bilancia, per una lunga stagione, a favore dell’indipendenza. Si affermò la convinzione che, proprio perché la moneta fiat non aveva più il freno dell’oro, occorreva un freno sostitutivo, e che questo freno dovesse essere una banca centrale indipendente dal potere politico, capace di resistere alla tentazione di stampare moneta per finanziare la spesa o per favorire il consenso, e impegnata in modo credibile a mantenere bassa l’inflazione. La credibilità di quell’impegno divenne la nuova àncora: se tutti credono che la banca centrale non permetterà all’inflazione di sfuggire di mano, allora le aspettative d’inflazione restano basse, e l’inflazione stessa resta bassa, in un circolo virtuoso che è l’esatto opposto della spirale degli anni Settanta.

Per decenni, dagli anni Ottanta in poi, questo modello sembrò funzionare egregiamente: l’inflazione restò bassa e stabile nelle economie avanzate, le banche centrali indipendenti godettero di grande prestigio e fiducia, e parve che il problema secolare dell’instabilità del denaro fosse stato finalmente risolto attraverso la combinazione di moneta fiat e banca centrale indipendente. Fu un periodo di tale stabilità che gli economisti gli diedero nomi compiaciuti, parlando di una «grande moderazione». Ma sarebbe imprudente concludere che il problema sia stato risolto una volta per tutte. La storia che questo libro racconta insegna che la stabilità monetaria non è mai un acquisto definitivo, ma una conquista sempre precaria, esposta a nuove minacce. Le grandi crisi finanziarie del nostro secolo, di cui diremo nel prossimo capitolo, avrebbero messo alla prova quel modello in modi nuovi e imprevisti; e il ritorno dell’inflazione, dopo decenni di quiete, avrebbe ricordato che il problema non era stato eliminato, ma soltanto sospeso. La moneta fiat, svincolata dall’oro e affidata alla saggezza umana, resta un esperimento storicamente giovane, il cui esito di lungo periodo è ancora, in larga misura, da scrivere.

Quando la fiducia muore

Resta da affrontare il volto più terribile dell’inflazione, quello che mostra che cosa accade quando la fiducia in una moneta non semplicemente vacilla, ma crolla del tutto: l’iperinflazione. Si parla di iperinflazione quando i prezzi non salgono di qualche punto percentuale all’anno, ma si moltiplicano a ritmo vertiginoso, raddoppiando nel giro di mesi, settimane, o nei casi più estremi addirittura giorni. È un fenomeno qualitativamente diverso dall’inflazione alta di cui abbiamo parlato: non è un denaro che perde valore gradualmente, ma un denaro che muore, che cessa di funzionare come denaro perché nessuno vuole più tenerlo, sapendo che varrà meno domani di oggi. Nell’iperinflazione la gente corre a spendere il denaro appena lo riceve, prima che si svaluti ulteriormente; il denaro brucia fra le mani; e alla fine si torna di fatto al baratto o all’uso di monete straniere, perché la moneta nazionale ha perso ogni capacità di svolgere la sua funzione.

L’esempio storico più celebre è quello della Germania nel 1923, durante la Repubblica di Weimar, quando il marco tedesco conobbe una delle iperinflazioni più estreme della storia. Le immagini di quel periodo sono entrate nella leggenda: i prezzi che cambiavano più volte al giorno, le banconote dai valori nominali astronomici, la gente che portava il denaro con la carriola o lo usava, si racconta, per accendere le stufe perché valeva meno della legna. Qui, però, occorre la cautela che questo libro ha sempre raccomandato di fronte alle storie troppo perfette. Molti degli aneddoti più estremi sull’iperinflazione di Weimar sono stati ripetuti e amplificati nel tempo fino a sconfinare nella leggenda, e le cifre precise di quel collasso monetario sono talmente grandi da risultare quasi prive di significato intuitivo. Conviene attenersi alla sostanza, che è già abbastanza sconvolgente senza bisogno di esagerazioni: il marco tedesco perse, nel corso del 1923, una frazione talmente vasta del proprio valore da diventare in pratica carta straccia, i risparmi di un’intera classe media furono annientati, e il trauma economico e sociale fu così profondo da lasciare ferite durature nella società tedesca. Le iperinflazioni, del resto, non furono un fenomeno unico di Weimar: la storia ne registra parecchie, in tempi e luoghi diversi, fino a casi recenti in vari paesi, e lo studio sistematico delle crisi monetarie mostra che esse si ripresentano, con caratteristiche simili, ogni volta che si verificano certe condizioni [Reinhart & Rogoff 2009].

Che cosa provoca un’iperinflazione? Quasi sempre, alla radice, vi è uno Stato che ha perso la capacità di finanziarsi normalmente — attraverso le imposte o il debito — e che ricorre alla stampa di moneta come ultima risorsa per coprire le proprie spese. È il meccanismo che avevamo intravisto parlando del signoraggio e della sua tentazione, portato al suo esito estremo: lo Stato stampa moneta in quantità crescente per pagare i propri debiti, ma così facendo ne distrugge il valore, e deve quindi stamparne ancora di più per ottenere lo stesso potere d’acquisto, in una spirale che si autoalimenta fino al collasso totale. L’iperinflazione è, in questo senso, il punto in cui il «valore dal nulla» si rovescia nel suo opposto: lo Stato, creando moneta dal nulla senza limiti, finisce per ridurre quella moneta a nulla. È la dimostrazione estrema e tragica del fatto che la moneta fiat, proprio perché vale solo per la fiducia, può perdere ogni valore quando quella fiducia viene distrutta dall’abuso. Ed è anche la ragione profonda per cui l’era fiat ha avuto bisogno di inventare la banca centrale indipendente, la disciplina sostitutiva dell’oro: perché senza un freno, la tentazione di creare moneta dal nulla può condurre, all’estremo, alla morte stessa della moneta.

Si chiude così il cerchio aperto con l’annuncio di Nixon. Liberato dall’oro, il denaro è diventato puro strumento nelle mani dell’uomo, capace di grande bene — perché può essere gestito per il benessere dell’economia, come Keynes aveva auspicato — ma anche di grande male, perché può essere abusato fino a distruggerlo, come le iperinflazioni dimostrano. L’era fiat è l’era in cui la responsabilità del valore del denaro è interamente nelle mani umane, senza più la rete di sicurezza del metallo; ed è un’era che oscilla, di continuo, fra la potenza liberatrice di questa responsabilità e il pericolo del suo abuso. La storia di questa oscillazione non è finita: continua nelle grandi crisi finanziarie del nostro secolo, a cui ci rivolgiamo ora, e nelle nuove forme di denaro che proprio dalla diffidenza verso il potere fiat sarebbero nate, e di cui diremo negli ultimi capitoli. Il denaro senza àncora è la nostra condizione presente, e conviverci — goderne i benefici senza subirne i pericoli — è la sfida monetaria del nostro tempo.